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Il ruolo del salvatore.


salvatore

Quando stiamo in relazione con gli altri può capitare, e a volte capita anche di frequente, che in modo poco consapevole tendiamo ad assumere particolari posizioni, atteggiamenti o ruoli.
Karpman ne aveva identificati tre: il Salvatore, il Persecutore e la Vittima. In tutti e tre gli atteggiamenti il rapporto è caratterizzato da una condizione non paritaria, di presunta superiorità (oblativa e aggressiva, negli atteggiamenti Up del Salvatore e del Persecutore), di inferiorità e sottomissione (nell’atteggiamento Down della Vittima).
Gli atteggiamenti Up (Salvatore e Persecutore) e Down (Vittima) sono sempre complementari, sono due facce della stessa medaglia. Ciò vuol dire che se ci sono un Salvatore e un Persecutore ci sarà una Vittima e, viceversa, se c’è una Vittima ci saranno un Salvatore e/o un Persecutore.
Va però ricordato che all’interno dell’incastro relazionale i ruoli possono essere reali o presunti. Ad esempio, il Salvatore può percepire l’altro come una povera Vittima da salvare senza che l’altro in questione si senta tale. Possiamo quindi dire che «il Persecutore e il Salvatore esistono in quanto “ritengono” di relazionarsi con la Vittima; la Vittima è tale perché “ritiene” di relazionarsi col Salvatore o col Persecutore» (G. Magrograssi, I Giochi psicologici in Analisi Transazionale, Torino, Ed. Ananke sc, 2011).
A questo punto, però, senza andare a complicarci troppo la vita nei meandri della teoria, andiamo nel pratico di uno di questi ruoli. Sono certa che tanti tra di voi lo conoscono e, ad un attento ed onesto esame di sé, ci si riconosceranno.
È la posizione del Salvatore, che mi piace anche chiamare Crocerossino o Super eroe. La posizione complementare alla sua è quella della Vittima (reale o presunta). Eccone l’identikit.
Il perfetto Salvatore:
⦁ in un’ attività comune fa più del 50% (fa più quindi del suo contributo o di quello che gli è richiesto);
⦁ antepone sistematicamente i bisogni degli altri ai suoi;
⦁ si sforza di anticipare le esigenze altrui immaginandole (a volte ci prende, ma molte volte no e i bisogni che immagina negli altri sono in realtà i suoi, sono quindi bisogni che egli non si permette di sentire/esprimere e che “magicamente” – ma le magie non esistono – spera di soddisfare per interposta persona, cioè attraverso la Vittima di cui si occupa);
⦁ si sacrifica e non chiede/fa mai nulla per sé (salvo poi lamentarsi o arrabbiarsi – passando dal ruolo di Salvatore a quello aggressivo di Persecutore o di Vittima risentita – perché l’altro è un egoista ingrato che pensa solo a se stesso e non capisce mai di cosa egli abbia bisogno).

Avendo letto questi punti potrete intuire quanto questo tema sia delicato e importante. Ci sono infatti motivi profondi che sostengono questo modo di fare e molti pregiudizi da superare prima di lasciarlo (come la paura di diventare delle persone egoiste o che l’altro “poveretto” poi non se la caverà).

Come uscirne? Il primo fondamentale obiettivo da raggiungere è una buona consapevolezza di voi. Vi siete ritrovati in qualcuno dei punti del perfetto Salvatore? Ok, partite da quello e rifletteteci su ponendovi qualche domanda.
Ve ne propongo qualcuna: quando attuate quel comportamento? Con chi? Da quanto tempo? Lo attuate anche con altre persone? Da dove arriva? Cioè, dove avete imparato a comportarvi così? A cosa vi serve? Qual è il bisogno profondo che cercate di soddisfare mettendovi in relazione in questo modo? Forse quello di sentirvi utili? Importanti? Apprezzati? Capaci? E come mai questo bisogno è rimasto insoddisfatto nella vostra storia? Come potete, ora che siete adulti, imparare ad accoglierlo e soddisfarlo in un modo sano?…
Sotto tutta questa generosità ci sono sempre piccole parti di noi trascurate che hanno un gran bisogno di essere abbracciate e valorizzate, ma non è occupandovi degli altri che potrete farlo. È come pensare di dissetarsi dando da bere ad un altro! La soddisfazione perché l’altro è dissetato può esserci, ma mi pare che possiate essere d’accordo nel dire che è una soddisfazione molto diversa da quella che potreste provare se vi dissetaste voi.
Quanta più consapevolezza raggiungerete su di voi e sui motivi profondi che vi portano ad un ruolo piuttosto che ad un altro (ricordate anche che non si sta sempre in un solo ruolo, ma che si passa da un ruolo all’altro) tanto più potrete abbandonare il mantello da super eroe e imparare ad occuparvi di voi e dei vostri bisogni.
Se starete pensando, “be’ ma io in fondo do solo una mano all’altro… che male c’è?”, sappiate che in fondo non state dando nessuna mano a nessuno.
Spesso, se ci pensate con onestà, nessuno vi ha chiesto nulla oppure avete mal interpretato le esternazioni dell’altro. Vi siete in sostanza presi la delega per i problemi degli altri tralasciando voi e le vostre necessità. Questo vale anche nel caso di situazioni relazionali in cui è l’altro a richiedervi di essere salvato/accudito (assumendo quindi davvero un ruolo da Vittima bisognosa e afflitta). So che si tratta di irresistibili situazioni e vi verrebbe una gran voglia di indossare il vostro mantello o la vostra divisa da Crocerossina… Ma quanto durerebbe? E soprattutto cosa accadrebbe dopo un certo tempo? Accadrebbe che o voi vi stufereste di salvare l’altro o l’altro si stuferebbe di essere salvato e svalutato da tutta la vostra bontà d’animo. Uno dei due in sostanza manderebbe al diavolo l’altro.
Perciò, ricordate sempre che le deleghe, se si tratta di occuparsi di altri nel pieno possesso delle loro capacità (persone che quindi non sono vittime reali), sono molto nocive e infruttuose. Per voi, per l’altro e per la relazione.
Dunque, con gli altri, appendete mantello e divisa e indossateli solo quando si tratta di voi e dei magnifici bimbi che siete stati e che vi portate dentro!



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