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Stare accanto all’altro


bruchi2 (1)

Stare accanto all’altro quando è in difficoltà

Sarà capitato anche a te, e magari parecchie volte, di voler stare accanto a una persona cara in difficoltà, ma non sapere bene come fare. Questa operazione relazionale può sembrarti qualcosa di difficile, imbarazzante e complesso. E in effetti nella nostra cultura un po’ lo è. Non siamo stati educati all’ascolto, al silenzio e al sostegno. Ci agitiamo, straparliamo, diamo soluzioni, stiamo male per l’altro, ci anestetizziamo, scappiamo.

Tutte cose umane, ma poco utili. Perché, il più delle volte, quando l’altro è in difficoltà ha bisogno di cose semplici. Ecco qualche suggerimento:

⦁ ascoltalo in silenzio;
⦁ chiedigli come sta;
⦁ mi ripeto, stai in silenzio, non affrettarti a riempire il vuoto del silenzio e la tua ansia con parole e gesti;
⦁ rimani tranquillo e non prenderti sulle spalle il problema dell’altro, il tuo compito è “solo” di dirgli con occhi, parole e fatti: “Hai ragione… Ti sono vicino. Dimmi se c’è qualcosa che posso fare per te, io ci sono”.

Prova a pensarci. Quando sei in difficoltà non è forse questo che ti piacerebbe ricevere?
Quando sei in difficoltà hai bisogno di essere ascoltato e non che l’altro inizi a riempirti di sue parole. Hai bisogno che ti si chieda: “come stai?”. Hai bisogno di silenzio e sorrisi delicati. Hai bisogno che l’altro si mantenga accanto a te, ma che contenga la sua ansia e il suo vuoto. Non hai bisogno che si prenda il tuo problema sulle sue spalle iniziando ad agitarsi o a sbandierare possibili soluzioni. Se così fosse proveresti fastidio o sentiresti di dover attivarti per nascondere il tuo disagio o, addirittura, ti ritroveresti a consolare l’altro. Hai bisogno che ti si dia ragione. Hai bisogno che l’altro ti ricordi che per te c’è e c’è nei fatti e per come tu sentirai di averne bisogno.

Un aneddoto a riguardo. Una volta una mia cara paziente, che ora non c’è più e che aveva il bellissimo nome di un fiore, mi comunicò che la sua malattia si era aggravata. Quando la sentii comunicarmi quella terribile notizia, mi sentii atterrita.
“Adesso che le dico?” mi chiesi.
Rimasi in silenzio.
Lei tra le lacrime proseguì: «Sono arrabbiata, Noemi. Nessuno mi ascolta! Tutti si affrettano a consolarmi e incoraggiarmi…. E pensano di farlo parlandomi di loro o minimizzando quello che ho. Io non ho bisogno di questo. Perché io ho paura, Noemi, e a volte mi chiedo: “Che ne sarà di me? Che ne sarà della mia vita?”… E voglio poterlo dire essendo ascoltata. Io ho solo bisogno di ascolto in silenzio e che mi si dica: “Hai ragione!”».

Aveva ragione. Aveva ragione nella sua disperazione, nella sua paura e nel suo dolore.

Avere a che fare con il dolore altrui, di qualsiasi natura esso sia, non è facile. Ci scontriamo con la nostra umana impotenza e il primo istinto che avvertiamo è quello di scappare a gambe levate. Tentiamo allora di dire o fare qualcosa, pur di sentirci utili e sconfiggere così la terribile sensazione dell’impotenza.
Ma la cosa più coraggiosa e utile che possiamo fare è restare fermi, in silenzio, nel vuoto tremante di quell’attimo, sentendo la nostra impotenza, ascoltando lo sfogo e il dolore dell’altro e riconoscendogli, in tutto questo, che gli diamo ragione e che noi per lui ci siamo.

Noemi Zenzale

Ciao Margherita…



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