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La scogliera e il mare


notte3

Quando avevo 16 anni avevo due sogni. Uno era quello di diventare una psicoterapeuta e l’altro era quello di scrivere un libro. Ho sempre molto amato scrivere e negli anni della mia giovinezza i diari si sono accumulati allegri e vivaci uno sopra l’altro. Crescendo avrei voluto scrivere qualcosa di me e del mio lavoro, ma l’inspirazione tardava ad arrivare. Non me ne preoccupai più di tanto e continuai a scrivere per il gusto di farlo. Fino a quando, una sera, un incontro del tutto fortuito rallegrò piacevolmente la mia vita. Si trattava di una micia, una quasi certosina spelacchiata di un mese di vita, che presi a vivere con me. Il libro che presto sarà pubblicato racconta per voce di Grigia Melanie Melinda di me, dei miei pazienti e delle sue scorribande feline lungo il suo primo anno di vita.
Questo è il ventiseiesimo racconto.

La scogliera e il mare

«L’altra volta hai detto una cosa che mi è piaciuta» esordì Marta in una fredda seduta invernale.
«Cosa?» le domandò Memi.
«Mi hai detto che in questa prima fase della terapia è come se stessi mettendo su un tavolo tutti i pezzi di me di cui ti voglio parlare.»
«È vero, mi ricordo. È il nostro tavolo da lavoro.»
«Sì infatti» commentò Marta sospendendo per un attimo le parole. «Vedi… c’è una cosa che ho pensato forse devo dirti e mettere lì assieme alle altre» ricominciò «ma non è facile, mi pesa molto dirtelo.»
«Ti ascolto» la incoraggiò Memi.
«Oggi è passato un anno» fece Marta guardando fisso il fuoco del camino.
«Un anno da cosa?»
«Un anno dal giorno della scogliera» rispose Marta sospirando. «Un anno o giù di lì… Vivevo ancora in Sicilia. Insomma… non so bene come dirtelo, ma vedi io quel giorno avevo deciso di morire.»
Memi rimase silenziosa ad aspettare il resto.
Marta riempiendosi di coraggio lentamente proseguì. «Quella domenica mattina mi sono alzata, mi sono lavata e poi sono uscita. Ho salutato Aron e Fragola e me ne sono andata. Mio padre era fuori in giardino, mia sorella era in camera sua e mia madre era presa dalle sue faccende domestiche. La strada per la scogliera è lunga. Ho camminato lentamente, pesando ogni passo e ogni pensiero. Non ce la facevo più. Le giornate, da anni, erano tutte uguali. Una in fila all’altra si presentavano piene di angoscia e disperazione. Mi pareva che quella fosse l’unica soluzione possibile.»
“Ecco! un’altra seduta semplice semplice. Povera Marta…” miagolai tra me e me.
«E poi?» chiese Memi rattristata da quella notizia.
«Poi accadde una cosa strana. Lungo la strada incontrai Alberta, una conoscente che mi fermò e mi salutò. Lì per lì non capii che stesse parlando proprio con me. Ero troppo abituata a essere ignorata.»
“E te ne sei talmente convinta che anche quando non è così a te pare sia sempre così” pensai ricordando la lettera di Memi sulle spirali.
«Alberta si fermò e insisteva a guardarmi in attesa di una risposta. Fu così che la salutai e cambiai idea. “Non oggi” mi dissi…»
“Meno male!” esclamai nei miei pensieri.
«…anche se sicuramente non era una domanda autentica, me lo chiese tanto per chiedermelo… ma forse un po’ di interesse c’era e quel poco mi bastò per tornare a casa e darmi qualche altra possibilità. Anche se ancora non capisco a cosa serva vivere e perché valga la pena che io viva…»
Memi la ascoltava in silenzio sentendosi di nuovo tremare come quella volta con Matteo. Non la invidiavo per niente. Decisi di mostrarle la mia solidarietà e presi posto accanto a lei.
«…ogni tanto penso ancora alla possibilità di morire. A volte mi sembra una soluzione al vuoto e al dolore, soprattutto nelle giornate nere, in cui nulla ha senso e io mi sento persa e chiusa in me» concluse Marta distaccata. Le guance si erano fatte paonazze, ma la sua voce era sempre la stessa. Piatta e neutra.
Guardai Memi. “Adesso come glielo spiego”, si chiedeva, “che la sua vita e la sua persona hanno valore e che suicidarsi non serve a niente? Come posso farle vedere quello che di bello io vedo in lei? Farla finita è una finta soluzione a tutto quel non essere vista. ‘Se muoio forse finalmente qualcuno si accorgerà di me’, pensa. Ma anche se dovesse morire poi lei non ci sarà per accorgersi che gli altri l’hanno notata e per godersi la sua rivincita. A questo ci pensa?”
Memi si prese un attimo per sé e si accomodò tra i suoi pensieri che veloci recuperarono il ricordo di Pablo, quando faticosamente, come se si stesse strappando le parole di bocca, le aveva confessato di voler togliersi la vita. Memi pensò a quei momenti e al disegno che aveva fatto mentre quel bel ragazzo venticinquenne guardava il pavimento, in lotta con se stesso e con la sua antica disperazione.

 

 

luce Il mare in burrasca: così lui si sentiva dentro, sballottato da una feroce svalutazione interna e convinto di equivalere ad una nullità. Abbandonato e solo: così lui si vedeva.
Mentre Pablo parlava, la mano di Memi si era messa a disegnare e sul foglio erano comparsi il mare, le onde, la barca e in lontananza una costa. Mentre piangeva, la mano aveva messo sulla barca due omini, poi aveva coperto quello di destra con il dito indice e Memi, con una voce calda e lenta come di chi vuole pesare tutte le parole, aveva detto: «Vedi Pablo, questo sei tu e questa è la tua vita in questo momento. Ti pare di essere solo sulla tua barca. Ma non è così». Il dito si era allora alzato lasciando comparire il secondo omino.
«Vedi? Io sono accanto a te e insieme andremo a ripararci qui» aveva proseguito Memi mentre il dito di prima indicava la costa.
«Puoi arrivarci. E se lo vuoi io ti accompagnerò. Ma devi volerlo anche tu.»
Pablo, allora, aveva tirato su la testa, stupito da quell’inatteso disegno e dalla sua cara dottoressa. La guardò dritto negli occhi, la ascoltò e le credette. Lui e Memi lavoravano insieme da tanto tempo e quel momento così intimo e intenso divenne il loro impegno ad aiutare quel Pablo che voleva morire a scegliere di vivere ed amarsi. Ce la fecero. Oggi Pablo è un ingegnere di successo, pieno di voglia di vivere e di fare.
«Sai Marta», iniziò Memi a parlare salutando i pensieri su Pablo, «nel mio lavoro a volte mi capita una cosa strana… Provo io le emozioni che i miei pazienti non si permettono di sentire o di esprimere. Mi arrabbio, vorrei piangere, mi fa male il petto, mi tremano le gambe. E ora qui con te avverto una grande tristezza. So che il tuo dolore è stato quello di non essere vista e considerata. Io voglio vederti Marta, ma ho bisogno di te per farlo.»
Marta rimase un po’ zitta e poi disse: «È proprio così. Nessuno mi ha mai mostrato interesse».
«E allora non fare lo stesso a te. Non fare questo a quella bimba che sei stata. Non farle male anche tu» la esortò emozionata la dottoressa.
Io e Memi eravamo sedute l’una accanto all’altra. La guardavamo. Marta indossava un maglione di lana blu e i suoi soliti jeans scuri. Calzava degli alti stivali marroni. Gli stessi che quando nevicava grondavano acqua sul pavimento. Lei continuava ossessivamente a tamponarli e ad asciugare i fiocchi di neve che si scioglievano per terra.
La volta prima ci aveva raccontato del suo fervente impegno in una associazione animalista e ci aveva mostrato un video di un comizio in cui parlava ad un microfono davanti a tutti. Era bravissima. Memi la osservava dentro quel monitor e poi la vedeva qui davanti a noi. Pensava a quanto divario c’era, a quanta distanza si era fatta strada tra quella Marta che sicura di sé parlava in pubblico e quell’altra che chiusa nella sua stanza piangeva sconsolata.
«Forse avendotene parlato mi fa meno male e mi sento più in compagnia» disse Marta in procinto dei saluti. «Anche se di solito capisco qualcosa in più quando vado via da qui e ci rifletto da sola… Ti saprò dire la prossima volta.»
Mi domandai tristemente perché Marta volesse fare tutto da sola. Era come se le tendessimo una mano d’aiuto che lei guardava sospettosa e incerta se afferrarla oppure no. Poi però mi tornò alla mente la terza lettera di Memi. “Scegliamo sempre ciò che conosciamo. Bene o male che ci faccia” aveva scritto. La solitudine era una delle spirali di Marta e anche se profondamente dolorosa almeno non le avrebbe riservato brutte sorprese.
«Ok… allora aspetto tue» le rispose Memi con un sorriso che diceva: “Un giorno cara Marta, sarà bello riflettere insieme. E questo luogo, con me, te e Grigia che cerchi sempre e che si prende volentieri le tue coccole, diventerà un luogo in cui fiduciosa ti darai il permesso di sentirti vista e di stare in compagnia. Io e Grigia ci saremo e tu?”
A Pablo e Marta che ce l’hanno fatta. E a quanti nella vita hanno sofferto (e stanno soffrendo) così tanto da pensare di non farcela più.



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