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Palloncini e colori


donnavola

Quando avevo 16 anni avevo due sogni. Uno era quello di diventare una psicoterapeuta e l’altro era quello di scrivere un libro. Ho sempre molto amato scrivere e negli anni della mia giovinezza i diari si sono accumulati allegri e vivaci uno sopra l’altro. Crescendo avrei voluto scrivere qualcosa di me e del mio lavoro, ma l’inspirazione tardava ad arrivare. Non me ne preoccupai più di tanto e continuai a scrivere per il gusto di farlo. Fino a quando, una sera, un incontro del tutto fortuito rallegrò piacevolmente la mia vita. Si trattava di una micia, una quasi certosina spelacchiata di un mese di vita, che presi a vivere con me. Il libro che presto sarà pubblicato racconta per voce di Grigia Melanie Melinda di me, dei miei pazienti e delle sue scorribande feline lungo il suo primo anno di vita.
Questo è il trentaquattresimo racconto.

Palloncini e colori

Che ragazza deliziosa che è Celeste. La prima volta che mi ha visto sonnecchiare sul morbidoso giallo si è avvicinata piano e mi ha sussurrato: «Ciaoo… Mi siedo qui accanto a te».
Io ho alzato la testa e per qualche istante l’ho guardata fissa coi miei occhi verde giallo. Poi tranquilla ho sbadigliato al suono dei suoi dolci commenti: «Ma che sonno… Sì, sì lei ha tanto sonno… È tanto stanca… Deve dormire…».
“Ahhh, finalmente qualcuno che mi capisce appieno” ho pensato rincuorata. “Sì! Senza dubbio posso starmene qui. Di questa biondina ci si può fidare… È così vellutata e leggiadra che è una vicina di morbidoso perfetta.”
Celeste non viene qui da tanto. Eppure già mi piace un sacco. La settimana scorsa ci ha raccontato che da ragazzina voleva fare la psicologa. “E perché non l’hai fatto?”, avrei voluto chiederle, “saresti stata bravissima!”. Ma dopo qualche frase ho scoperto che le è mancato il coraggio di contrastare le decisioni paterne.
«Psicologia? Non se ne parla proprio! È un mestiere inutile che non serve a niente!! Ti ho già iscritta a ingegneria. E poi sei troppo fragile. Non saresti mai in grado di sopportarlo!» le tuonò perentorio il padre in un afoso pomeriggio di fine agosto.
«Sopportare cosa?» chiese lei con un sottile filo di protesta nella voce.
«Celeste, quelli passano il loro tempo ad ascoltare i problemi degli altri!»
«E allora?»
«E allora te l’ ho già detto. Credi che non lo sappia che ti chiudi in bagno a piangere? Se già piangi tu figurati se puoi ascoltare le lagne degli altri. Sei troppo fragile! Basta! La discussione è chiusa!»
Celeste disperata corse in bagno a piangere e lì, accucciata tra il lavandino e la doccia, si ripromise di non piangere più.
Quando ho saputo questa cosa mi sono molto indignata. Certo che suo padre Mario non capiva proprio un accidenti! Poteva almeno chiedersi perché sua figlia piangesse. Ma forse era una domanda troppo difficile. Avrebbe dovuto interrogarsi su di sé e sul nido familiare che lui e sua moglie Debora le stavano offrendo. E che senso aveva etichettarla e dirle che non ce l’avrebbe fatta? Il saggio Carl Gustav Jung diceva che “solo il medico ferito guarisce”. Dunque per me ce la poteva benissimo fare.
Ad ogni modo le cose non sono andate così e ora Celeste è una ingegnera. Una ingegnera molto brava, competente e forte. Esageratamente forte. Da quell’estate dopo il diploma, quella dolce biondina soffoca tutto dentro i suoi grandi occhi verdi. Rabbia, delusione, solitudine, tristezza. Celeste non si lascia mai andare, tranne quando si rintana nella sua stanza e lì, accanto al suo gatto Kiwi, scarica tutto rimpinzandosi di dolciumi. Allora, per un attimo le pare che tutto è a posto e andrà bene. Ma dura poco. In breve tempo il senso di colpa si fa strada. Celeste si giudica una vera e propria schifezza e davanti al suo specchio argentato si vede grossa come un elefante. Io se ripenso a come mi parla e si siede accanto a me non mi spiego proprio perché lei si veda così. Celeste è la persona più delicata ed elegante che io conosca. Ho deciso che quando è il suo tempo me lo faccio dire da Memi e assisto a tutte le sue sedute. Non vedo l’ora di vederla davanti al suo psico-specchio mentre si scopre e ammira la sua bellezza e gradevolezza.
Come dicevo Celeste (per ora) non piange mai, ma è pur vero che delle volte dice delle cose così profonde e tristi che Memi sente l’emozione muoversi in pancia, e io mi salvo solo perché tengo gli occhi chiusi.
«Hai presente le persone che ci sono alle giostre e che vendono i palloncini?» ha domandato a Memi in una delle sue sedute serali.
«Sì certo.»
«Ecco io mi sento in questo modo. Tengo in mano tutti i fili della mia famiglia. È sempre stato così. Sia prima che dopo il divorzio. Ho l’impressione che se li lascio andare loro si perdano e volino via. Non posso fargli questo… E poi io come faccio?»
Ma le cose non stavano proprio così e Memi lo sapeva. La verità era che tenere tutti quei fili serviva a Celeste e non ai suoi cari. Se li avesse lasciati volare via la sua profonda paura era quella di tornare a sentirsi invisibile, sola e persa in una giostra familiare anonima e rumorosa. Potevo vederla, una piccola tenera bimba bionda con il naso all’insù. Sgomenta, mentre osserva i suoi palloncini librarsi in quel cielo lontano. In lacrime smarrite, rendendosi conto di essere circondata da giostre in movimento disattento e continuo. Sola, nella notte ferma e immobile quando tutto è spento e ognuno torna al caldo sicuro della sua casa.
Celeste aveva imparato fin da piccola a prevedere i bisogni degli altri e ad attivarsi per soddisfarli. Aveva sentito presto che di spazio per lei non ce n’era un granché. Suo padre era un uomo distante assorbito completamente dai suoi brevetti e dalla sua azienda. Sua madre era una bambina presa da sé, dalla sua depressione teatrale e dai suoi amanti. Francesca e Gilberto erano piccoli e lei era la sorella maggiore, quella che doveva occuparsene e dare il buon esempio. Così Celeste, che in qualche modo doveva cavarsela, aveva disimparato ad ascoltarsi e a soddisfare i suoi desideri. In quel sistema familiare era più utile occuparsi degli altri. Forse in questo modo avrebbe ottenuto qualche riconoscimento e un po’ di visibilità all’interno del panorama ottico dei suoi genitori. Negli anni, con un lungo e costante allenamento, Celeste era diventata bravissima ad anteporre i bisogni degli altri ai suoi, a non chiedere ciò che desiderava (per poi arrabbiarsi perché gli altri non la capivano), a fare di più e sempre di più (studiava, lavorava, cucinava, faceva la spesa, coordinava la casa), e a immaginare quello che gli altri volevano per attivarsi di conseguenza. Era come se donasse tutti quei gesti che desiderava ricevere per sé. Era come credere nella magia di poter curarsi attraverso la cura degli altri. Ma le magie non esistono.
“E poi io come faccio?” si chiedeva Celeste. Giusto! Poi Celeste come fa? Bisognerà trovare una qualche soluzione.
Viola, che in questa esperienza le era così simile, ce l’aveva fatta. Ma i primi tempi diceva sempre: «È come se non avessi più una cornice al mio quadro. Sono tutti lontani, mio padre, mia madre, mia sorella… È come se fossero tutti sparpagliati qua e là… Non ci posso pensare. Mi fa troppo male».
«Che cosa ti fa male?» le chiedeva la dottoressa.
«Il fatto che io sto diventando grande e che loro invecchiano… e un giorno non ci saranno più» spiegava Viola in lacrime angosciate.
Dov’era quel buon legame di appartenenza che nella vita ci aiuta a distaccarci serenamente? Si era perso, si era smarrito via con quel divorzio. Ma poi Viola aveva dovuto rendersi conto che quella cornice era già debole e che quella separazione aveva solo palesato una fragilità familiare preesistente. Tutto era andato in mille pezzi. I palloncini affetti erano volati via, ognuno per il suo corso d’aria. Tuttavia, dopo le lacrime di tristezza e i pugni di rabbia, Viola aveva anche imparato che poteva costruirsi lei la sua cornice d’affetto. Chiedendo quando aveva voglia di chiedere, donando quando aveva voglia di donare, accettando quando aveva voglia di accettare e rifiutando quando aveva voglia di rifiutare. Era passato del tempo e quell’angoscia era diventata un ricordo. Il vortice di ansia che in una seduta Viola aveva colorato di nero e grigio era stato sostituito da un arcobaleno di felicità. A Natale Viola era andata via di casa e si era presa un piccolo appartamento con il suo Andrea. Sul comodino, accanto alla sua parte di letto, aveva messo una bella cornice di loro cinque insieme. Lei, sua sorella, suo padre, sua madre e Asia.
E l’ultima seduta prima della vigilia di Natale era arrivata da Memi con tre piantine e un biglietto giallo.
“Cara Noemi,
tutte le piantine che vedi le ho scelte io personalmente; ogni colore ha un significato che esprime un nuovo traguardo raggiunto quest’anno.
Il blu sono io, è il mio colore preferito. Rappresenta la fiducia, la calma e la serenità che riesci a trasmettermi ogni volta.
Il rosso raffigura il nuovo valore che attribuisco all’Amore. Ho capito che è bello non solo amare ma anche lasciarsi amare. Mi sono resa conto di come tutti quei gesti che mi intimorivano o non riuscivo a chiedere, come un abbraccio, una carezza, o una mano sulla spalla, in realtà mi arricchiscano.
Ed infine il giallo… l’Energia, la Vita. È tutto ciò che di mio sto riconquistando pian piano. È l’importanza dei miei bisogni e delle mie parole. È il farmi vedere e ascoltare. È il vedermi e ascoltarmi. È una nuova consapevolezza di me. Scoprirmi diventa ogni giorno più meraviglioso. Grazie di tutto!
Con affetto,
Viola”
A Viola e Celeste, due grandi donne che ce l’hanno fatta. E a chi si ritroverà in questo racconto.



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