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BRUCHI

La vita, in ogni circostanza bella o brutta che sia, è un bruco che racchiude in sé la possibilità di essere una splendida farfalla... Sta a te!”



  • La sofferenza psicologica
  • A proposito di nomi
  • Disturbi dell’umore
  • Depressione post-partum
  • Disturbi d’ansia
  • Disturbo post traumatico da stress
  • Disturbi dell’alimentazione
  • Disturbi di personalità
  • Ipocondria
  • Dipendenze
  • Dipendenza affettiva
  • Disturbi del sonno
  • Bullismo
  • Il Lutto e la perdita
  • Autostima e assertività
  • Omosessualità
  • Adozione
  • Malattie organiche

Tutti noi sappiamo che c’è stato un tempo in cui le farfalle sono state bruchi. Un po’ come la favola del brutto anatroccolo che diventa uno splendido cigno e come, la natura ci insegna, la notte precede il giorno, il sole ci illumina al di là delle nuvole, l’arcobaleno segue al temporale e l’inverno è primo alla primavera.


La sofferenza è parte intrinseca dell’esistenza e dell’esperienza umana. L’etimologia della parola greca che in italiano traduciamo con felicità significa “stare bene con i propri demoni”.


La sofferenza è una sveglia, anche se un po’ scomoda e dolorosa, che ci dice che qualcosa non va, è un elemento estremamente prezioso che racchiude, per chi si dà il permesso di sentirla, una nuova possibilità e vita.


Non è certo facile, penserà qualcuno. Ed è vero. Non è per niente facile. La presenza stessa della sofferenza, prima ancora del suo superamento, prevede un primo necessario passo che è quello della sua accettazione. Accettare nel senso di vedere, di essere consapevoli che c’è, che è lì come una sveglia e sta suonando insistentemente. La spegniamo, non la ascoltiamo, alziamo più forte il volume di altre musiche, ci riempiamo di altro, compriamo, usciamo, corriamo, cerchiamo percorsi originali e più facili. Ma lei ricomincia a suonare, e forse non ha mai smesso. Lo sappiamo, è lì, come una lieve o forte fitta al cuore, come un pugno allo stomaco, come un nodo alla gola, come un sintomo fisico, come una confusione nella testa, come il caos nelle relazioni. Ci arrabbiamo, ci scoraggiamo, ci domandiamo perché proprio a noi, perché ancora una volta, perché?... Accettare il proprio disagio non è semplice.


Ma poi possiamo prenderla in mano.. in fin dei conti non è una sveglia così brutta, è la nostra sveglia, è una parte di noi… Possiamo allora ascoltarla, starci un po’ insieme e riuscire a decifrarla. Possiamo attraversarla e superarla. Possiamo riempirci di ricchezza, capacità ed esperienza. Possiamo farcela. Possiamo diventare più forti, più consapevoli, più sensibili, più umani. Più interamente noi.

Nel corso di molti anni la teoria e l’ esperienza clinica in campo psicologico e psichiatrico hanno creato numerosi nomi con i quali indicare diverse condizioni di sofferenza: disturbi dell’umore, dell’ansia, dell’alimentazione, della personalità, del comportamento sessuale, dell’esame di realtà… ecc., ecc.


Questi nomi sono delle etichette che ci informano di alcune specifiche forme che ogni disagio assume, si tratta di forme tipiche che nel corso degli anni si sono ripetute e ripresentate da persona a persona. Tuttavia, ogni storia è a sé e uno stesso disturbo racchiude significati e motivi personali. Siamo uguali agli altri e allo stesso tempo diversi.


E che dire sui sintomi? I sintomi sono gli elementi che compongono ogni “disturbo”, sono la forma tipica che assume quel disturbo nella sua manifestazione. Rappresentano il mezzo con il quale ognuno di noi esprime la propria sofferenza. Si tratta di un utilizzo che spesso sfugge alla consapevolezza e che sfrutta vie comunicative non usuali e a volte oscure. Alcuni aspetti del nostro modo di prenderci cura di noi e di stare al mondo subiscono delle alterazioni. Non siamo più noi, c’è qualcosa che non va. In quell’area l’equilibrio sembra perso.

Così possono esserci…

Un umore basso, una tristezza profonda o una irritabilità diffusa e cronica. I colori della vita diventano grigi, il tempo si ferma, la nostra esistenza rallenta il suo scorrere e si svuota di significato.

L’ansia e la paura che diventano compagne di viaggio e interferiscono con le nostre capacità ed attività.

La fame e la sazietà che diventano voracità, rifiuto e specchi distorti e implacabili di noi e della nostra immagine.

Un pensiero o una azione che si impadroniscono ossessivamente di tante situazioni sembrandoci più forti di noi e confondendo la realtà.

L’intimità che si riempie di forzatura, chiusura, paura, vergogna, dolore e giudizio.

Le emozioni ed i pensieri che diventano una tavolozza incoerente, pasticciata che non ha più la sua funzione di guida.

Così…

Ci disperiamo, ci scoraggiamo, ci arrabbiamo, ci perdiamo, ci confondiamo, ci spaventiamo e ci sentiamo profondamente soli…


In autunno gli alberi si vestono di colori diversi e si preparano ad un drastico e forte mutamento, ad una perdita. Le foglie cadono, coprono le strade che percorriamo di un tappeto colorato e variegato. L’albero si fa spoglio, è nudo e così potrà affrontare l’inverno con il suo freddo, il gelo e la neve. Ma ogni ramo che in quel momento voi vedete spoglio e solo, sapete che si riempirà di una , due, tre e mille gemme, di fiori, foglie e poi di frutti diversi, colorati, profumati e gustosi. Nella natura tutto scorre, tutto è vita. Il vostro dolore, le vostre lacrime, le vostre paure, i vostri pensieri difficili, la vostra tristezza, la vostra vergogna, la vostra solitudine, la vostra confusione, la vostra apparente incoerenza, la vostra incertezza, i vostri dubbi e le vostre domande sono come quegli alberi, prima spogli e nudi ma poi ricchi e maestosi.


La sofferenza è come un piccolo, fragile ma pure forte bruco che racchiude in sé la speranza e la possibilità di essere una splendida farfalla…

“Quello che il bruco chiama fine del mondo il resto del mondo lo chiama farfalla”
(Lao Tse)

Perciò… Non arrendetevi! Appendete fuori dalla vostra casetta un bel “lavori in corso” e mettetevi all’opera!

P.s: Nelle pagine sottostanti un po’ di etichette per aiutare ad orientarvi meglio nella miriade di “disturbi” e per dirvi quali siano le aree del mio intervento.

La caratteristica principale dei Disturbi dell’umore è la presenza di un' alterazione del tono dell’umore. L’umore può essere metaforicamente pensato come ai colori attraverso i quali guardiamo e attribuiamo un senso a noi, alla nostra vita e al mondo esterno. Quando questi sono alterati la vita sociale, affettiva e lavorativa dell’individuo si rende molto difficile e sofferta. Le cause di questi disturbi possono essere molteplici: disagi relazionali, familiari, psicologici e ambientali/sociali, malattie organiche e l’uso di sostanze stupefacenti.


A seconda dei colori che nell’alterazione l’umore assume i Disturbi dell’umore vengono diversamente classificati. Tutte queste alterazioni sono portatrici di disagio e sono invalidanti, alcune in modo più marcato di altre.


In psichiatria queste sofferenze vengono suddivise in due cluster a seconda dei sintomi, ossia delle caratteristiche che li contraddistinguono, e di quanto gli episodi di alterazione del tono dell’umore ricorrono (quanto durano e quanto ricorrono/si presentano):

Ai Disturbi Depressivi appartengono il Disturbo Depressivo Maggiore (Depressione) e il Disturbo Distimico;

Ai Disturbi Bipolari appartengono il Disturbo Bipolare I, il Disturbo Bipolare II e la Ciclotimia.

Appartengono ai Disturbi Depressivi il Disturbo Depressivo Maggiore (Depressione) e il Disturbo Distimico.


Si parla di Depressione (Disturbo Depressivo Maggiore) quando una persona sprofonda in uno stato di profonda tristezza e il suo umore è gravemente abbattuto per la maggior parte del giorno e per quasi tutti i giorni.


Le caratteristiche di questa sofferenza sono la presenza di un umore nero e la perdita di interessi e di senso verso persone e attività. Possono esserci, inoltre, autosvalutazione (svalutazione di sé e della propria vita), senso di colpa, indecisione, difficoltà a pensare o a concentrarsi, perdita di iniziativa, sfiducia, stanchezza, mancanza di “voglia” (motivazione), insonnia o ipersonnia, eccessiva fame o al contrario assenza di fame, e nei casi più gravi pensieri di morte e di suicidio che possono essere più o meno accarezzati con la mente e che in molti casi rappresentano un (apparente) sollievo dal senso di dolore e di inutilità percepiti.


Questa sofferenza, come tutte le altre, può essere presente in maniera lieve, moderata o grave. Nella sua forma più lieve e moderata è chiamata Disturbo Distimico o Distimia, una sofferenza che seppur minore rispetto al Disturbo Depressivo Maggiore, è molto disturbante e invalidante per la sua presenza cronica e costante. La Distimia è, infatti, caratterizzata da un abbassamento del tono dell’umore cronico che può essere presente anche per degli anni (fino a 2 anni negli adulti, e 1 nei bambini e nei ragazzi) e che può evolvere in un Disturbo Depressivo Maggiore. Si stima che il Disturbo Distimico rappresenti il 30% dei Disturbi dell’Umore. Si tratta quindi di una sofferenza piuttosto diffusa e spesso sottovalutata sia nella popolazione adulta che in quella dell’infanzia e dell’adolescenza.


Chi soffre di questo tipo di disturbo si sente giù di corda, non riesce a fare le cose con l’energia di un tempo, è stanco, senza slanci e desideri, si affatica facilmente e vive un sentimento costante di disperazione. Questi sintomi causano notevoli problemi, a scuola, al lavoro e nelle relazioni sociali e spesso possono essere accompagnati da disturbi della personalità, ansia e portare all'uso o abuso di alcool e sostanze. La Distimia causa una grande tristezza, il valore attribuito a sé diminuisce, la persona appare profondamente insicura e ha difficoltà sociali, lavorative e scolastiche dovute alla mancanza di autostima, di concentrazione e di energia. Tende ad isolarsi e provare sentimenti di disperazione, sensi di colpa, stati di irritabilità o rabbia, indecisione, continuo ripensare al passato, insonnia o ipersonnia e riduzione o aumento dell’appetito (con conseguente aumento o diminuzione del peso ponderale).


In entrambe le alterazioni del tono dell’umore (Depressione Maggiore e Distimia), come in realtà accade in ogni tipo di sofferenza , il circuito che si innesta è velocemente vizioso e tende ad affossare ulteriormente la persona già provata. Basti pensare ad esempio alle conseguenze dell’insonnia (dormire è fondamentale per il nostro cervello e per il nostro benessere mentale ed emotivo), dell’isolamento sociale, delle difficoltà scolastiche o lavorative, o dell’aumento del peso ponderale.

Continuando a pensare metaforicamente all’umore come ai colori con i quali guardiamo noi stessi e la vita, se la caratteristica fondamentale dei Disturbi Depressivi è la presenza più o meno massiccia di colori tendenti al nero/grigio, nei Disturbi Bipolari i colori oscillano significativamente da un estremo all’altro potendo toccare tutte le tonalità. Quello Bipolare è quindi un disturbo caratterizzato da sbalzi dell'umore molto rapidi e significativi, tali da compromettere in maniera negativa – nei momenti di crisi sia up che down – la vita di una persona (nei contesti lavorativi e scolastici) e le sue relazioni (sociali e affettive). La persona passa da una grande euforia immotivata a stati depressivi intensi (passa repentinamente da un polo all'altro). Tutte le sensazioni, i pensieri e i comportamenti sono amplificati, estremi e vissuti al loro massimo.


I periodi in cui il soggetto è euforico, (esageratamente) sicuro di sé, iperattivo, irritabile, molto loquace e agitato sono chiamati Episodi Maniacali. Durano circa una settimana e possono anche presentare deliri, allucinazioni e/o manie di grandezza. Vengono definiti invece Episodi Ipomaniacali se durano almeno 4 giorni, ma si manifestano in forma più lieve e senza la presenza di deliri e allucinazioni.


Nel Disturbo Bipolare I le fasi depressive si alternano agli Episodi Maniacali. Mentre nel Disturbo Bipolare II le fasi depressive si alternano gli Episodi Ipomaniacali.


Nei momenti maniacali di euforia la persona è iperattiva, nervosa, agitata, può assumere atteggiamenti pericolosi per se stessa e dedicarsi ad attività piacevoli (ad esempio sesso o shopping) in maniera imprudente, senza pensare alle conseguenze, a causa dell'eccessivo ottimismo e del predominio di una modalità di pensiero grandiosa, acritica e istintuale. Questi episodi si presentano in modo ricorrente e si alternano a Episodi Depressivi. Fra un episodio e l'altro la persona può vivere in modo "normale", ma quando sta male torna in uno stato di profonda depressione (possono anche esservi idee di morte), immobilità e mutismo.


I sintomi del Disturbo Bipolare sono:

umore eccessivamente alto e/o irritabile;

autostima oltre la norma, senso di grandezza;

aumento della loquacità (incessante, talvolta teatrale);

tendenza a distarsi e, in un discorso e nei pensieri, a passare da un'idea/discorso all'altra/o;

riduzione del bisogno di dormire e agitazione (psico-motoria);

impulsività, avventatezza, incoscienza nel coinvolgimento in attività ludiche (spese folli, guida spericolata, promiscuità sessuale, sesso non protetto ecc.);

idee di morte e pensieri suicidi (durante l'Episodio Depressivo Grave);

deliri e allucinazioni (manifestazioni psicotiche tipiche solo del Disturbo Bipolare I).


Come la distimia è una manifestazione più tenue ma cronica del Disturbo Depressivo Maggiore, similmente il Disturbo Ciclotimico o Ciclotimia è un'alterazione dell'umore simile a quella presente nel Disturbo Bipolare ma più lieve e cronica. Può durare in media 2 anni e per la sua presenza costante e cronica nell’esistenza della persona causa un forte disagio. Il lavoro, la vita sociale e di relazione sono lievemente compromessi, ma non quanto avviene con il Disturbo Bipolare. Si può dire che la Ciclotimia è una versione più lieve ma cronicizzata del Disturbo Bipolare, con sintomi molto simili.


Nella Ciclotimia sono presenti numerosi episodi in cui la persona vive un brusco passaggio da uno stato depressivo a un breve periodo (dai 4 ai 7 giorni) in cui l’umore migliora. I periodi di “normalità”, in cui la persona e l’umore sono stabili, non superano mai i due mesi.


Quando l'umore è alto, la persona si sente euforica ma eccessivamente sicura di sé, iperattiva, logorroica, agitata, a volte irritabile e nervosa (Episodio Ipomaniacale). Può intraprendere grandi progetti per poi abbandonarli non appena ritorna nella fase depressiva.


Il disturbo può colpire anche bambini e adolescenti, ma in questi casi la durata è inferiore (circa un anno). In tutti i casi di Disturbi dell’Umore intervenire precocemente è di fondamentale importanza per tornare alla normalità e ad un equilibrio sano nei colori della vita.

La maternità è un'esperienza importante, delicata e complessa naturalmente accompagnata da emozioni altalenanti e spesso difficilmente comprensibili. Nei giorni immediatamente dopo il parto, oltre alla gioia e all’emozione incredula di essere madre e di aver dato alla luce un figlio, molte donne (circa il 70%) provano anche sentimenti ambivalenti e difficili da accettare, condividere ed inquadrare. La gioia, l’euforia e la tenerezza possono essere “inspiegabilmente” accompagnate da un senso di vuoto, ansia e malinconia, da uno stato di irritabilità e inquietudine, e da frequenti lacrime di cui la madre fatica a trovare un perché.


Questa "fase", definita come maternity-blues o baby-blues (o lacrime da latte) tende a risolversi entro pochi giorni (circa una settimana).


Capita però che per alcune neo-mamme (ma anche donne nuovamente madri) la tristezza e la fragilità non passino così facilmente né che siano così leggere. Situazioni di questo tipo possono essere avvertite a distanza di qualche settimana (3, 4) o mesi (3, 6) dal parto. La tristezza è più pesante, l’umore è cupo, angosciato e l’esperienza della maternità e il bambino stesso sono vissuti in prevalenza con un senso di fatica, fastidio e insofferenza.


Questo tipo di disagio riguarda circa il 20% delle madri, è conosciuto come depressione post-parto o depressione puerperale e presenta situazioni di gravità diverse.


Le madri che sperimentano questa sofferenza si sentono vuote, prive di energie, invase da una tristezza che fa vedere loro tutto nero, insormontabile e senza via di uscita. Sono facili al pianto e inclini al sentirsi disperate. Si sentono incapaci e in colpa perché si percepiscono come cattive madri o mogli/compagne inadeguate. Sono spesso ansiose per il figlio, hanno paura che gli possa succedere qualcosa di brutto e, nei casi di sofferenze più importanti, rifiutano di stare da sole con il piccolo perché temono potrebbero fargli del male. Il sonno è disturbato, possono esserci frequenti risvegli e difficoltà nel riaddormentamento. Anche l’appetito è alterato, mangiare può essere un comportamento totalmente fuori controllo (abbuffate) oppure può diventare uno sforzo immane. Ci sono stanchezza e difficoltà a concentrarsi, anche dedicarsi ad attività piacevoli (come ad esempio la lettura) può risultare molto arduo. Le madri che soffrono di questo tipo di depressione fanno molta a fatica a vivere il bambino in maniera positiva e a sentire di provare amore per lui, spesso lo vivono come un peso e un tormento.

Nelle forme di tristezza che si manifestano dopo il parto, da quelle transitorie a quelle durature e più gravi (psicosi post-parto) sono coinvolte molte cause: ormonali, psicologiche e sociali-relazionali.


Nella Maternity-blues, in particolare, sembra che alla base vi siano, principalmente, il brusco calo degli ormoni (progesterone ed estrogeni) che si verifica con il parto e l'alterazione del ritmo sonno-veglia, dettata dai risvegli del piccolino a cui ancora la madre deve imparare ad adattarsi.


Nella Depressione post-parto sembra invece che un ruolo importante sia svolto dagli ormoni tiroidei. Dal punto di vista psicologico le donne tendenti al perfezionismo, e/o che hanno vissuto la gravidanza in modo particolarmente ansioso, o che hanno già vissuto periodi di depressione, hanno maggiori probabilità di soffrire di depressione dopo il parto.

Diventare madre, inoltre, comporta un insieme di cambiamenti a cui non è facile né scontato riuscire ad adattarsi. Ad esempio, le priorità nella propria vita cambiano, le relazioni con il partner e la propria famiglia di origine si modificano, il tempo per sé diminuisce mentre il senso di responsabilità e gli impegni da assumere aumentano. Dopo la nascita del bambino vanno inoltre elaborati il vuoto e la perdita che si pongono in essere nel momento stesso del parto. I nove mesi di simbiosi totale tra la madre e il bambino (sono un tutt’uno) vengono interrotti dalla separazione fisica e psicologica imposta dal parto. E se certamente la separazione è vita, essa può anche comportare emozioni spiacevoli di perdita, vuoto e tristezza che vanno decifrate ed elaborate.


Inoltre, accade spesso che il bambino fantasticato durante i nove mesi della gravidanza e la vita immaginata assieme a lui non coincidano con la realtà. La madre si trova quindi ad elaborare la perdita del bambino “idealizzato/dei suoi sogni” e a misurarsi con una realtà nuova da gestire.


Anche le relazioni e l’ambiente familiare possono influire sull’umore della madre e sull’attivazione delle sue capacità materne. Difficoltà con il partner, mancanza di sostegno familiare, solitudine, difficoltà economiche e problematiche psicologiche e relazionali preesistenti possono pesare notevolmente sulla neo-mamma e influire sul suo umore e sul suo senso di efficacia e sicurezza.


Sono quindi tante le variabili e le elaborazioni che la mente della madre deve affrontare e tutte incidono sul modo in cui questa vivrà la maternità e si rapporterà al proprio bambino.


Che fare?
Le situazioni di tristezza lieve tendono a risolversi spontaneamente e nell’arco di breve tempo, ma se così non fosse è importante non colpevolizzare la madre, né soprattutto sottovalutare la situazione e i suoi sentimenti. È importante starle accanto adottando un atteggiamento di non giudizio che veicoli ascolto e un sostegno concreto e rispettoso . Stare accanto ad un altro è una danza mai uguale a se stessa che deve tenere conto della propria disponibilità emotiva a fornire aiuto e presenza, e della situazione psicologica in cui si trova l’altro. Non bisogna né sostituirsi all’altro coprendo con il proprio fare le sue capacità e risorse né lasciarlo a se stesso nei momenti di regressione e fragilità.


Inoltre, le situazioni che non si risolvono in breve tempo vanno sottoposte il prima possibile all’attenzione e alla cura di uno psicoterapeuta di modo che la madre possa ritrovare dentro di sé risorse, fiducia e sicurezza, ed elaborare i nodi problematici sottostanti l’esito depressivo. Lo spazio della psicoterapia è uno spazio importante e delicato nel quale avere del tempo protettivo tutto per sé per poter parlare di qualsiasi tema: delle proprie difficoltà nel diventare madre, delle ambivalenze che si sentono, dei propri ricordi come figlia e di tutte le più svariate paure e tristezze che possono essere avvertite.


Visto che stiamo parlando di una mamma e del suo piccolino capirete quanto sia importante intervenire tempestivamente per evitare l’inutile protrarsi di catene generazionali di sofferenza. Il benessere di un genitore è, infatti, di fondamentale e vitale importanza per il benessere del figlio e per lo svilupparsi di un sano legame di attaccamento. Genitori sofferenti e fragili non sono in grado di esserci in modo sufficientemente buono ed adeguato per il loro cucciolo. Non c’è quindi da procrastinare, indugiare o lasciarsi vincere da vergogna o forvianti luoghi comuni. Un fiume che si è stagnato merita la possibilità di riprendere vitale e brioso il suo percorso.

L' ansia è uno stato psicologico universale che ha come caratteristiche una serie di sensazioni fisiche, emotive e psicologiche come ad esempio la preoccupazione, la paura e la percezione di perdere il controllo. È una componente del tutto fisiologica e necessaria che emerge naturalmente come risposta dell’organismo di fronte a eventi che potrebbero essere pericolosi o stressanti. La sua funzione è quindi quella di preparare la persona a far fronte alle situazioni e la risposta ansiosa agli eventi non ha sempre e necessariamente caratteristiche negative.


Si parla di Disturbo d’Ansia quando la presenza dell’ansia si fa massiccia, costante, acuta e slegata da situazioni oggettive scatenanti. In queste situazioni l’intensità dell’ ansia è tale da provocare un grado di sofferenza non sopportabile e una durata, spesso, cronica che può limitare il funzionamento nella vita di tutti i giorni. I sintomi compromettono la serenità psicologica dell’individuo, causando cambiamenti nello stile di vita e forti autolimitazioni. Esistono sostanzialmente due condizioni in cui l’ansia può essere non naturale: quando la risposta ansiosa è esagerata e disfunzionale rispetto agli stimoli che l’hanno indotta e quando lo stato ansioso compare in assenza di uno stimolo scatenante.


Esistono vari tipi di Disturbi d’Ansia. Qui di seguito alcuni di essi:

gli Attacchi di Panico;

le Fobie;

l’Agorafobia;

la Fobia Sociale;

il Disturbo Ossessivo Compulsivo;

il Disturbo d’Ansia Generalizzato.

Nei Disturbi d’Ansia, la persona esposta alla “sua” situazione stimolo prova un’emozione ritenuta insopportabile, che talvolta, quando diventa Panico, potrebbe far credere o sentire alla persona di stare impazzendo o morendo.


Attacchi di panico

Gli Attacchi di Panico sono dei disturbi molto sgradevoli e piuttosto diffusi ai tempi di oggi. Sono caratterizzati da un periodo preciso di paura o disagi intensi durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sviluppano improvvisamente (e in apparenza inspiegabilmente) e raggiungono il picco nel giro di 10 minuti:

palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia;

sudorazioni;

tremori fini o a grandi scosse;

dispnea (fame d’aria) o sensazione di soffocamento;

sensazione di asfissia;

dolore o fastidio al petto (spesso gli attacchi di panico vengono scambiati per infarti e sono seguiti da un accesso repentino al Pronto Soccorso); nausea o disturbi addominali;

sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera o svenimento;

derealizzazione (sensazione di irrealtà/estraneità rispetto all’ambiente circostante) o depersonalizzazione (sensazione di distacco rispetto a sé); paura di perdere il controllo o di impazzire;

paura di morire;

parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);

brividi o vampate di calore.

Una volta cessati, gli Attacchi di Panico lasciano un profondo senso di stanchezza o affaticamento, scoraggiamento e tristezza.


Se il panico si manifesta prevalentemente in luoghi o in situazioni molto affollate, da cui è difficile allontanarsi o in cui potrebbe essere imbarazzante o difficile trovare aiuto, allora si parla di Attacchi di Panico Con Agorafobia. Se il panico non è associato a luoghi aperti o affollati, allora si parla di Attacchi di Panico Senza Agorafobia. Se invece il panico è scatenato da una singola cosa ben specifica (ad esempio la vista del sangue) potrebbe trattarsi di una Fobia Specifica.


Un episodio di Attacco di Panico può durare da 3 a 10 minuti (fino a 30 minuti), può non ripresentarsi per un lungo periodo di tempo (ad esempio 2 mesi o più) per poi manifestarsi di nuovo. Nel periodo di assenza, la paura che il panico possa tornare è forte e occupa molti pensieri della persona al punto che vengono messe in atto strategie di evitamento (strategie volte ad evitare le situazioni o i luoghi nei quali si è stati male).


A causa del panico e della paura che questo si ripresenti le abitudini cambiano al punto tale che alcune persone non riescono più a fare le stesse cose di prima. C’è chi smette di viaggiare, di prendere il treno, di guidare, di mangiare in pubblico, di attraversare ponti o gallerie, di andare i luoghi affollati, di salire sugli ascensori ecc., ecc. Queste strategie di evitamento se da un lato proteggono (illusoriamente) dal ripresentarsi della situazione di disagio tanto temuta (l’Attacco di Panico) dall’altro comportano una grave autolimitazione che incide sul senso di sicurezza e sull’autostima portando anche a stati di disagio e vergogna legati alla consapevolezza di non poter fare più fare azioni semplici e comuni.


Ci sono molti fattori che possono causare gli Attacchi di Panico fra cui la predisposizione familiare, fattori ambientali, emotivi e psicologici scatenanti, come ad esempio un trauma o un grande stress. Molto spesso è la paura che si ripresenti un nuovo Attacco a scatenare il panico: si ha "paura di avere paura", quindi possono tornare i sintomi dell'ansia in una sorta di circolo vizioso. A queste cause si aggiungono altri fattori scatenanti come ad esempio l'esposizione prolungata a sostanze tossiche, situazioni difficili, come ad esempio un divorzio, e cause di tipo medico, come ad esempio l'ipertiroidismo.


Agorafobia

L’Agorafobia è la paura/ansia di stare in luoghi affollati o in cui al soggetto sembra di non poter trovare aiuto o vie di fuga nel caso servissero. Anche se letteralmente significa “paura degli spazi aperti” l’Agorafobia è un disagio che si riferisce anche a luoghi stretti o chiusi come l’ascensore, il tram, il cinema, il ristorante, ecc. Luoghi in cui comunque in caso di pericolo o necessità potrebbe essere difficile ricevere soccorso o allontanarsi con facilità.


Come avviene anche negli altri Disturbi di Panico (Attacchi di Panico e Fobie), le persone che ne soffrono tendono ad evitare tutte le situazioni che potrebbero scatenare disagio e sensazioni spiacevoli o se devono affrontarle lo fanno con molto disagio (con l’ansia di avere un Attacco di Panico) o richiedendo la presenza di un compagno. I timori agorafobici riguardano tipicamente situazioni caratteristiche che includono essere fuori casa da soli, trovarsi in mezzo alla folla o in coda, essere su un ponte, e il viaggiare in autobus, treno o automobile.


Le cause possono risiedere nella storia personale dell’individuo, nella sua sfera emotiva e in un insieme di fattori fisici e psicologici (interni) e ambientali (esterni). Alla base possono esserci sentimenti di inadeguatezza, mancanza di fiducia in se stessi, ricerca costante di protezione e di compagnia.


Le persone che soffrono di Agorafobia possono provare alcuni dei seguenti sintomi:

sensazione di soffocamento o asfissia;

dolori al petto, allo stomaco e/o nausea;

sensazione di svenimento o di instabilità;

perdita del senso della realtà e alterazione nelle percezioni;

brividi, vampate di calore e aumento della sudorazione;

formicolii e alterazione della sensibilità degli arti o di altre parti del corpo;

tremori e/o vertigini;

paura di svenire o di impazzire.


Fobie

La Fobia è un Disturbo d'Ansia caratterizzato da una paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa della presenza di qualcosa di fortemente temuto, l’“oggetto fobico” o stimolo fobico. L’esposizione allo stimolo fobico provoca una risposta ansiosa immediata, che può assumere perfino la forma di un Attacco di Panico. Nonostante la persona riconosca che la sua paura sia irragionevole e sproporzionata rispetto a quanto potrebbe realisticamente accaderle la fobia permane e porta all’evitamento delle situazioni fobiche. Per poter diagnosticare una Fobia l’evitamento, l’ansia anticipatoria (ansia al pensiero di entrare in contatto con lo stimolo fobico) o il disagio avvertito nella situazione/i temuta/e devono interferire con la quotidianità della persona.


Esistono diversi tipi di fobie:

Tipo Animali. In questo tipo di fobie la paura è provocata da animali o insetti. Questo tipo di fobia solitamente esordisce nell’infanzia.

Tipo Ambiente Naturale. In questo tipo di fobie la paura è provocata da elementi dell’ambiente naturale, come temporali, altezze, acqua, vento. Questo tipo di fobia solitamente esordisce nell’infanzia.

Tipo Sangue-Iniezioni-Ferite. In questo tipo di fobie la paura è provocata dalla vista del sangue o di una ferita, o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive. Questo tipo di fobia ha un’elevata familiarità ed è accompagnata da una forte risposta vasovagale.

Tipo situazionale. In questo tipo di fobie la paura viene provocata da una situazione specifica, come trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, volare, guidare, o luoghi chiusi. Questo tipo di fobia ha una distribuzione dell’età di esordio bimodale, con un picco nell’infanzia e un altro picco verso i 25 anni.

Altro tipo. In questo tipo di fobie la paura viene scatenata da stimoli non presenti nelle classificazioni precedenti. Questi stimoli possono includere: la paura o l’evitamento di situazioni che potrebbero portare a soffocare, vomitare o contrarre una malattia; la fobia dello “spazio” (cioè l’individuo ha timore di cadere giù se è lontano da muri o da altri mezzi di supporto fisico); e il timore nei bambini dei rumori forti e dei personaggi in maschera.


Ci sono molti fattori che possono causare le Fobie. Possono esserci cause familiari: si è riscontrato, infatti, che tra consanguinei spesso sono presenti gli stessi tipi di fobie. Non è chiaro però se siano stati tramandati geneticamente o se le loro manifestazioni siano state “apprese” attraverso il comportamento. Altri fattori scatenanti possono riguardare l’aver vissuto un’esperienza traumatica, in seguito alla quale si è associato al trauma l’oggetto della fobia.


La persona con fobia prova paura anche prima di vedere l'oggetto che lo intimorisce, cioè prova un'ansia anticipatoria ed evita tutte le situazioni in cui potrebbe incontrarlo (evitamento). I bambini di norma piangono, si irrigidiscono e si “attaccano” all’adulto.


Alcuni sintomi delle Fobie sono simili a quelli dell'Attacco di Panico, cioè:

paura esagerata o irragionevole che dura a lungo;

vampate di calore e aumento della sudorazione;

difficoltà a respirare e/o senso di soffocamento;

dolori al petto, tachicardia e successiva caduta della pressione sanguigna;

nausea, vertigini e svenimenti;

sensazione di perdita del controllo;

terrore intenso fino alla paura di impazzire o di morire.


Fobia Sociale: la paura delle relazioni sociali

La Fobia Sociale (o Sociofobia) è un Disturbo d'Ansia caratterizzato da una paura estrema di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. Il soggetto teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante. Teme quindi di stare in mezzo agli altri, parlare e fare qualcosa in pubblico, stare al centro dell'attenzione o vivere situazioni che potrebbero causare vergogna. La Fobia Sociale è da distinguere da una normale timidezza. La paura, infatti, si manifesta in modo sproporzionato alla reale situazione, spesso anche prima della situazione temuta e a volte con attacchi di panico.


Chi ne soffre teme il giudizio degli altri e cerca di evitare le situazioni di cui ha paura. Se deve affrontarle, lo fa avvertendo grandi disagio e ansia. Se il disturbo è grave e non passa con il tempo, si potrebbero sviluppare altri disturbi, come il disturbo evitante di personalità. Fra le cause ci sono quelle genetiche o familiari. Spesso, infatti, il disturbo colpisce chi ha parenti di primo grado con Fobia Sociale. Tra le cause psicologiche, invece, può esserci ad esempio un singolo evento traumatico o una situazione pluri-traumatica: la persona da bambina può essere stata umiliata, presa in giro o aver vissuto più volte situazioni di vergogna e imbarazzo.


Chi soffre di Fobia Sociale è molto sensibile alle critiche o ai rifiuti, si sente inferiore rispetto agli altri e ha scarsa stima di se stesso. Fatica a guardare gli altri negli occhi e non riesce a far valere/esprimere la sua opinione se non con grande disagio e ansia. È spesso in contatto con sentimenti di vergogna e imbarazzo.


I bambini manifestano questo disagio con rifiuto di andare a scuola e di partecipare ad attività sportive e ricreative, la difficoltà nel rendimento scolastico e, nelle situazioni temute, con il pianto, l’irrigidimento, il mutismo e un eccessivo attaccamento all’adulto.


Fra i sintomi più comuni:

preoccupazione e timore;

ansia anticipatoria (prima del contatto sociale);

tachicardia e tremori (delle mani, della voce) nel corso del contatto sociale;

aumento della sudorazione e mani fredde;

viso arrossato;

tensione muscolare;

mal di stomaco o problemi all'intestino;

evitamento (evitare contatti e situazioni) e isolamento.


Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Il Disturbo ossessivo-compulsivo (che non è equivalente al Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità) è caratterizzato dalla presenza di:

idee fisse, pensieri e immagini mentali (ossessioni) che invadono e disturbano la vita di una persona, provocando grande sofferenza;

comportamenti ripetitivi (compulsioni) o azioni mentali (lavarsi le mani più volte,

contare, pregare, ecc.) che la persona si sente obbligata a mettere in atto per placare l’ansia causata dalle ossessioni;

riconoscimento del fatto che i pensieri, gli impulsi e le compulsioni sono irragionevoli/eccessive e un prodotto della propria mente.


Il disturbo può riguardare la paura di microbi, sporcizia e contagio, può causare Ipocondria (preoccupazione eccessiva per le malattie e la salute) e, nei casi estremi, spingere all'isolamento nella propria casa. Altre volte causa dubbi insistenti (ad es. "Avrò chiuso la porta?") che spingono a ripetere gli stessi gesti molte volte senza riuscire a placare facilmente la propria ansia. Le persone con questo disturbo in genere tendono a:

lavarsi di continuo, temere il contatto con gli altri;

ripetere ossessivamente le stesse azioni tante volte;

compiere azioni mentali: contare, pregare, ripetersi le stesse cose;

mettere e rimettere in ordine con una precisione esagerata;

cercare di esercitare il controllo sulle cose e sulle situazioni;

evitare molte situazioni e auto-limitare la propria libertà;

abusare di farmaci (ansiolitici, ipnotici ecc.), alcool o altre sostanze;

avvertire sensi di colpa, senso di responsabilità morboso e insonnia.


Disturbo d'Ansia Generalizzato: ansia e paura costanti negli Adulti e nei Bambini

Si parla di Disturbo d'Ansia Generalizzato quando una persona - per un periodo di almeno 6 mesi - vive in uno stato di ansia e preoccupazione eccessive e costanti (attesa apprensiva), che riguardano vari eventi ed attività (come prestazioni scolastiche e lavorative) e che non riesce a controllare. Possono esserci irrequietezza (sentirsi con i nervi a fior di pelle), facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare e disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi, frequenti risvegli notturni o sonno inquieto e insoddisfacente). Nei bambini il disturbo si manifesta con una preoccupazione eccessiva sul rendimento scolastico, un forte timore del giudizio degli altri e con l'insicurezza. Spesso i bambini che ne soffrono diventano perfezionisti e conformisti per cercare approvazione e rassicurazioni continue. Gli adulti che soffrono di questo disturbo vivono in uno stato di preoccupazione continua, come se potesse accadere un disastro da un momento all'altro. L'apprensione costante può riguardare il lavoro, la situazione economica, la propria salute o quella dei propri cari, spesso c'è il forte timore che possa accadere loro qualcosa di brutto. Il Disturbo d'Ansia Generalizzato può avere una componente familiare e può essere causato da fattori ambientali, avvenimenti stressanti o cambiamenti radicali della vita. Può colpire le persone che hanno parenti di primo grado che hanno sofferto di questo o altri Disturbi d'Ansia e dell'Umore, come il Disturbo Depressivo Maggiore. Infine, possono esserne colpite le persone che, per le loro caratteristiche o per l'educazione ricevuta, tendono a vivere le cose in modo apprensivo e a pensare che possa accadere il peggio. La persona con Disturbo d’Ansia Generalizzato sembra sempre in allarme. Le preoccupazioni che la tormentano possono essere concrete e semplici (ad es. la puntualità) fino a catastrofiche, e causano sintomi che interferiscono nella sua vita:

paure irrazionali, esagerate o ingiustificate;

costante attesa apprensiva (ansia e preoccupazioni);

difficoltà a dormire e incubi ricorrenti;

senso di inquietudine e nervosismo;

facile affaticamento e debolezza;

difficoltà nella concentrazione;

vuoti di memoria.

Possono essere presenti altri sintomi fisici come: bocca asciutta, diarrea, groppo alla gola, nausea, sudorazione eccessiva, tremori e bisogno frequente di fare la pipì.

Il Disturbo Post-traumatico da Stress (DPTS o PTSD, dall'inglese Post-Traumatic Stress Disorder) è un disturbo che può sorgere nella persona che si è confrontata con un evento traumatico e drammatico. Può trattarsi di un evento o di più eventi che hanno implicato morte, minaccia di morte, gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. Coloro che sviluppano il disturbo sono stati coinvolti più o meno direttamente in un grave episodio, in prima persona o come spettatori e hanno vissuto una risposta emotiva che comprendeva paura intensa e sentimenti di impotenza o di orrore (nei bambini questo può essere espresso con la presenza di un comportamento disorganizzato)


Il Disturbo Post-traumatico da Stress può comparire dopo un mese, ma anche molto tempo dopo il trauma (dopo 6 mesi o un anno). La sua durata può variare dai tre mesi all’anno. Non tutti coloro che si sono confrontati con un trauma necessariamente sviluppano un PTSD.


Fra le esperienze traumatiche che possono causare il PTSD ci sono: scippi, aggressioni, molestie, abusi sessuali, rischio di morte o di lesioni per sé o altre persone, sequestri di persona, gravi incidenti (auto, moto, bici, aereo, ecc.), disastri naturali (terremoti, uragani, ecc.), attacchi terroristici, guerre, notizie inaspettate di morti violente o di gravi malattie, racconti di eventi traumatici.


Le persone con PTSD in genere reagiscono al trauma rivivendolo attraverso: sogni, pensieri, immagini ricorrenti e intrusive che provocano ansia e paura intensa. Possono agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando (hanno sensazioni di rivivere l’esperienza, illusioni, allucinazioni ed episodi dissociativi di flashback). Mostrano disagio psicologico ed elevata reattività fisiologica all’esposizione di fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.


Per prevenire questo malessere, le persone colpite evitano tutto ciò che può ricordare l'evento drammatico e presentano una attenuazione della reattività generale non presente prima del trauma. Si sforzano di evitare pensieri, sensazioni o conversazioni associate al trauma.

Evitano attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma;

Possono mostrare:

incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma;

una riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative;

sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri;

affettività ridotta (per esempio sembrano incapaci di provare amore);

demoralizzazione e perdita di speranza per il futuro;

sensi di colpa per essere “sopravvissuti”;

mancanza di concentrazione e memoria;

insonnia e incubi ricorrenti.

La persona - adulto o bambino che sia - può essere iper-sensibile e iper-reattiva, può quindi stare sempre in allerta e andare in allarme per piccole cose (iper-attivazione). Al contrario, può anche essere "dissociata": sembrare priva di emozioni, essere distaccata dalla realtà e dagli altri (anestesia emozionale).


La ricerca scientifica a oggi ha chiaramente evidenziato come l’E.M.D.R. (Eye Movement Desensitization and Reprocessing – Desensibilizzazione e ri-processamento attraverso i movimento oculari) sia la tecnica d’eccellenza per la cura risolutiva del PTSD. L’E.M.D.R. permette al cervello di ripercorrere tutti gli aspetti dissociati del trauma (la dissociazione è una difesa che il cervello mette in atto nel corso di un trauma per permettere al soggetto di sopravvivere, le parti/gli aspetti dell’esperienza traumatica vengono quindi dissociate e immagazzinate separatamente) per poterli integrare ed elaborare in circuiti esperienziali e neuronali più ampi. La desensibilizzazione (l’elevata reattività cala fino a scomparire) ed il ri-processamento delle informazioni nelle sue varie componenti (sensoriali, emotiva, cognitiva, somatica) permettono in breve tempo al soggetto di archiviare il trauma (l’esperienza “non fa più male”, non è più nel presente ma appartiene al passato) e di tornare alla vita.

I Disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati da una grave alterazione nei comportamenti alimentari e nella percezione del corpo, delle sue dimensioni e del peso. In genere si manifestano durante l'adolescenza, sono molto diffusi fra le donne (90%) e nei paesi industrializzati nei quali i “valori” trasmessi alla massa sono quelli della bellezza intesa come forma fisica e snellezza, e del controllo del corpo e del cibo come sinonimo di efficienza e perfezione. La cultura, quindi, sebbene non sia la causa di tali patologie, fornisce la cornice di riferimento entro cui si innestano le problematiche psicologiche e familiari alla base dello sviluppo di tali gravi sofferenze.


Appartengono ai Disturbi dell’alimentazione l’Anoressia Nervosa, la Bulimia Nervosa, l’Obesità, il Vomiting e il Binge Eating.


Nell' Anoressia Nervosa e nella Bulimia Nervosa la persona vuole esercitare il controllo sul proprio peso, anche a scapito della salute. Più perde peso e più è soddisfatta, ma presto si innesca un circolo vizioso in cui più dimagrisce, più si sente sovrappeso e meno mangia.


Viene definito Vomiting un comportamento simile a quello dell'Anoressia Nervosa (sottotipo bulimico) e della Bulimia per la pratica comune di espellere il cibo dopo averlo mangiato, ma il Vomiting si differenzia perché in questo caso vomitare diventa un atto piacevole per la persona più che il mangiare stesso. Il Binge Eating invece è caratterizzato da grandi abbuffate che si ripetono nel tempo, anche senza appetito e senza che la persona attui delle condotte di eliminazione di ciò che ha ingerito.


Le conseguenze sulla salute fisica e psicologica dei disturbi alimentari possono essere molto gravi: da un lato si rischiano alterazioni ormonali, endocrine, cardiovascolari e metaboliche che possono portare anche alla morte, dall'altro la persona potrà soffrire di insonnia e diventare irritabile, presentare sintomi ossessivo/compulsivi o depressivi.


I disturbi alimentari sono sofferenze spesso sottovalutate e non viste. Spesso né chi ne soffre (il paziente) né chi gli gravita intorno (i familiari) realizzano appieno l’importanza di tali disturbi e la necessità di un intervento precoce e profondo che colga appieno i disagi sottostanti la loro presenza. I disturbi alimentari sono sempre il sintomo e la manifestazione (in alcuni casi anche molto estrema) di importanti disagi. Spesso, com’è tipico nelle somatizzazioni (cioè in tutti quei disagi emotivi non manifestati con le parole ma espressi attraverso il canale del corpo), neppure la persona che ne soffre è in grado nell’immediato di tracciare una linea di consapevolezza che collega il sintomo alimentare al disagio psicologico ed emotivo sottostante. Sono infatti presenti meccanismi di negazione per i quali ciò che non funziona a carico del sistema familiare e dell’interiorità del soggetto è negato e non visto nella sua reale pienezza. Frasi e pensieri tipici possono essere “No, ma non c’è niente che non va nella mia famiglia” oppure “Sì qualcosa non va ma non è poi così importante, non può essere stato quello la causa di tutto”. Questi meccanismi difensivi, seppur comprensibili, rendono molto difficile l’avvicinamento alla cura che rimane però indispensabile e vitale. A tutto questo va aggiunto che i disturbi alimentari non sono uno stile di vita immodificabile (come alcuni pensano), ma disagi dai quali si può guarire se si ammette la necessità di chiedere aiuto e si è in grado di coglierne la pericolosità e disfunzionalità. Sono dei disturbi e non sono dei capricci o dei modi estrosi di relazionarsi al cibo e alla vita. Sono la punta di un iceberg che va accolto e che può essere curato.


L’Anoressia Nervosa: il rifiuto del cibo

L’ Anoressia Nervosa è un Disturbo dell’Alimentazione che consiste nel rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura della persona; in un’intensa paura di acquistare peso o diventare grassi anche quando si è sottopeso (a volte l’ossessione non riguarda tutto il corpo ma parti del corpo, ad es. pancia, cosce, glutei) e in un’alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo.


Le persone che soffrono di questo disturbo controllano costantemente quanto pesano, e riducono le quantità e la varietà del cibo limitandosi all’assunzione di generi alimentari ipocalorici. Esercitano un serrato controllo su di sé, sul loro corpo e sullo stimolo della fame. A causa della perdita ponderale possono perdere il ciclo mestruale. È tipicamente presente un eccesso di attività fisica nell’intento di “bruciare” le calorie assunte o in eccesso. Possono anche essere presenti condotte di eliminazione, cioè vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi.


L’ anoressia è un disturbo molto grave caratterizzato da un esame della realtà alterato e da un’alterata percezione del proprio corpo. Purtroppo alcune persone non sono consapevoli che tutto questo rappresenti una vera e propria malattia e si rifiutano di affrontarla o parlarne.


L’ Anoressia è causata da molteplici fattori, soprattutto di natura psicologica. Il primo contatto che ognuno di noi ha con il mondo passa attraverso il cibo e il cibo può quindi diventare una modalità comunicativa e relazionale con la quale esprimere significati, proteste e disagi (ad esempio lo stomaco che si chiude dopo una notizia sconvolgente, la fame nervosa o i meccanismi di compensazione attraverso il cibo come il coccolarsi con i dolci quando si è tristi o soli).


Fra le cause abbiamo inoltre:


fattori sociali e culturali: l' Anoressia è molto diffusa nei paesi industrializzati in cui trionfa il culto della magrezza;

fattori familiari: è diffusa fra i parenti di primo grado di persone con lo stesso disturbo;

fattori particolarmente stressanti o "precipitanti": come ad esempio un cambiamento radicale nella vita della persona o il passaggio all'età adulta.


La Bulimia Nervosa

La Bulimia Nervosa è un Disturbo dell’Alimentazione caratterizzato da un irresistibile impulso a mangiare grandi quantità di cibo in un tempo molto breve, seguito da un costante controllo del proprio peso e/o da condotte di eliminazione per espellere il cibo ingerito. Queste possono consistere nel vomito autoindotto, nell’uso di lassativi, nel digiuno o nell’eccessiva attività fisica.


L'abbuffata – o Crisi Bulimica – di solito avviene quando la persona è da sola. Il cibo spesso non viene né scelto né gustato, ma mangiato in modo veloce e nervoso. L'ingestione in genere viene interrotta a causa di dolori alla pancia o dall'arrivo di qualcuno ed è seguita da sensi di colpa, vergogna e profondo malessere. La persona che soffre di bulimia infatti valuta se stessa a seconda del suo peso, e se il peso aumenta perde la stima di sé. Il 30% delle persone bulimiche ricorre anche all'uso di farmaci ed è frequente anche l'uso di alcool. Non di rado possono insorgere anche Disturbi d'Ansia o dell'Umore o della Personalità.


Le cause della Bulimia Nervosa sono complesse. Ci può essere un rigetto del cibo a causa di un rifiuto psicologico che deriva da un disagio o da un conflitto interiore oppure da una pressione psicologica da parte della società. Incidono anche i fattori socio-economici (paesi industrializzati ed esaltazione del mito della bellezza/magrezza).


I sintomi della Bulimia sono:

rapide ingestioni di grandi quantità di cibo;
perdita del controllo e del senso della realtà durante la crisi bulimica (o abbuffata), il vissuto è di una parte incontrollabile e dissociata dal resto della personalità che si attiva alla ricerca del cibo (es. apre il frigo, entra in pasticceria, gira i supermercati, ecc.);

malessere psicologico, senso di colpa e vergogna dopo la crisi bulimica;
angoscia all'idea di prendere peso, insoddisfazione per il proprio corpo;
ricorso a diete drastiche, a un'eccessiva attività sportiva, al vomito autoindotto o a lassativi.


OBESITA'

Si parla di Obesità quando c'è un considerevole aumento di peso – oltre la norma rispetto a età e altezza – dovuto all'aumento della massa grassa rispetto alla percentuale della massa magra. Questa condizione può causare altre disfunzioni o predisporre a malattie anche gravi, come aumento del colesterolo, problemi cardiovascolari, Diabete e Ictus.


Il disagio fisico e i disturbi che derivano dall’Obesità inoltre peggiorano la qualità della vita della persona obesa. Possono esserci astenia, affaticamento frequente e conseguente passivizzazione, chiusura in sé e perdita di interesse. A lungo andare anche l’autostima e il valore percepito tendono a calare aumentando il senso di inadeguatezza ed il disagio interno che verranno placati con altro cibo.


L'Obesità può essere causata da molteplici fattori: sociali, culturali e ambientali (canoni di bellezza associati alla magrezza). Fra i fattori di rischio ci sono l'aumentare dell'età, le abitudini scorrette e la sedentarietà, la mancanza di interesse e di stimoli, l’uso di determinati farmaci e un eccessivo aumento di peso durante la gravidanza. Questa condizione può derivare anche da fattori genetici che riguardano l'alterazione dei meccanismi di assunzione, deposito e consumo energetico delle sostanze nutritive contenute negli alimenti. Infine, fra le cause, giocano un ruolo rilevante i fattori psicologici. Nel percorso di sostegno e cura diventa quindi molto importante ricostruire la storia dell’obesità del soggetto per evidenziare il decorso del sintomo ed il suo significato più ampio nel quadro di vita della persona.


L’Obesità si manifesta con uno smisurato aumento dell’appetito e un eccessivo incremento del peso. Questo è accompagnato da un’alterazione dell’immagine del corpo (la persona può sottovalutare il suo sovrappeso) e dalla difficoltà a percepire le sensazioni che da esso provengono ( ad esempio la sazietà). La “fame” (che non è fame fisiologica ma fame d’altro) viene calmata mangiando (possono esserci delle vere e proprie abbuffate consolatorie) e la gratificazione che ne deriva innesca un circuito vizioso che porta a consolidare queste dannose abitudini alimentari.


Fra i sintomi/problemi associati possono esserci inoltre: apnea, asma, osteoatriti, problemi di respirazione e disturbi del sonno (apnee notturne, russamento); dolori ad articolazioni, giunture e schiena; vampate di calore ed eccesso di sudorazione; problemi dermatologici; problemi psicologici.


Vomiting: mangiare e vomitare

Il Vomiting è un Disturbo dell'Alimentazione che consiste nel mangiare e vomitare. Presenta caratteristiche simili a quelle dell'Anoressia e della Bulimia– di cui a volte è una conseguenza – ma in questo caso il rapporto con il cibo non è necessariamente negativo come accade negli altri due tipi di Disturbi.


Mangiare e vomitare diventano una pratica abituale e con l'andare del tempo "naturale", la persona può vomitare senza sforzi, senza cioè mettersi le dita in gola o altro. A lungo andare da gesto sgradevole, a volte doloroso o quantomeno fastidioso a cui si ricorre per rimanere magri, il vomitare diventa un gesto piacevole, più del mangiare stesso, a cui la persona non riesce a rinunciare. Vomitare diventa una specie di rito compulsivo e segreto: la persona mangia per poter poi vomitare e provare uno stato di piacere da cui diventa dipendente (vomitare in questo Disturbo, a differenza dell’Anoressia e della Bulimia, non è più una condotta eliminatoria, una pratica cioè volta all’eliminazione delle calorie ingerite).


Il Vomiting è una sindrome causata da molteplici fattori. Questi riguardano sia la dimensione psicologica della persona che i fattori culturali e socioeconomici del contesto in cui vive.


Binge Eating Disorder

Il Binge Eating Disorder o Sindrome da alimentazione incontrollata è un disturbo alimentare caratterizzato dalla presenza di grandi abbuffate. Chi ne soffre mangia grandi quantità di cibo, in maniera vorace e rapida, fino a che non è completamente pieno e senza avvertire lo stimolo della fame. In genere le abbuffate vengono attuate quando la persona è sola.


A differenza di altri disturbi alimentari, nel Binge Eating la persona, quando ha finito di mangiare, anche se sta male (dopo le abbuffate subentra, infatti, un malessere gastrico legato all’eccesso di cibo ingerito) non cerca di procurarsi il vomito o di smaltire il cibo in eccesso. Sono quindi assenti le condotte di eliminazione. Sono però tipicamente presenti sentimenti di vergogna, tristezza, colpa e disagio rispetto al proprio corpo. Ciò nonostante la “voglia” di mangiare e la sensazione di non controllo dopo un tot di tempo torneranno. Il Binge Eating è un disturbo che provoca molto disagio particolarmente diffuso fra chi soffre di Obesità.


Non si conoscono le cause precise di questo disturbo, ma si pensa che rappresenti un meccanismo di compensazione o di sfogo volto ad alleviare la sofferenza interiore, le cause sono quindi psicologiche. Il Binge Eating ha conseguenze negative sull'umore e può innescare un circolo vizioso.


Si parla di Binge Eating quando una persona - per almeno sei mesi - mangia almeno due volte a settimana in modo compulsivo, e cioè:

ingerisce una quantità di cibo superiore al normale in modo vorace e veloce;

non riesce a smettere e sente di perdere il controllo su quantità e qualità del cibo;

mangia anche senza appetito, fino a che non è pieno e prova sensazioni dolorose;

dopo l'abbuffata prova disgusto, senso di colpa, vergogna e disagio.

Con il termine Personalità si intende:

l’insieme dei comportamenti di un individuo,

il suo modo di percepire se stesso (l’esperienza interiore), gli altri e la realtà,

il suo modo di reagire alle circostanze e di adattarsi all’ambiente.

Se questo insieme di percezioni, modi di pensare e comportamenti a) risulta rigido, inadeguato, non funzionale, inconsueto e in contrasto con la cultura e le consuetudini sociali dell’ambiente in cui vive la persona e b) porta ad un disagio clinicamente significativo e ad una compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e di altre aree importanti allora si parla di Disturbi di Personalità.


È importante precisare quindi che alla base dei Disturbi di Personalità vi sono dei tratti di Personalità che riguardano ogni individuo in modo funzionale e caratteristico. Quando questi tratti risultano eccessivi, deviati e si verificano le due condizioni di cui sopra – a) e b) – allora configurano quello che viene chiamato un Disturbo (dei tratti) di Personalità.


In psichiatrica i Disturbi di Personalità vengono suddivisi in 3 gruppi.
Il Gruppo A (Cluster eccentrico) comprende i tratti di personalità più eccentrici, ossia quelli appartenenti a: il Disturbo Paranoide di Personalità, il Disturbo Schizoide di Personalità e il Disturbo Schizotipico di Personalità.

Il Gruppo B (Cluster impulsivo) comprende i tratti di personalità eccessivamente emotivi, drammatici e imprevedibili, ossia quelli appartenenti a: il Disturbo Antisociale di Personalità, il Disturbo Borderline di Personalità, il Disturbo Istrionico di Personalità e il Disturbo Narcisistico di Personalità.

Il Gruppo C (Cluster ansioso) comprende i tratti di personalità ansiosi e timorosi, ossia quelli appartenenti a: il Disturbo Evitante di Personalità, il Disturbo Dipendente di Personalità e il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità.

Qui di seguito la descrizione di alcune di queste alterazioni della personalità.


Disturbo Borderline di Personalità

Il Disturbo Borderline di Personalità è caratterizzato da una profonda alterazione dell'umore, del modo di ragionare e percepire se stessi e la realtà. Questo rende chi ne soffre emotivamente instabile e preda di cambiamenti d'umore improvvisi: le emozioni oscillano rapidamente dalla gioia alla tristezza, dalla serenità al senso di vuoto, dal senso di colpa alla rabbia. A volte il caos provocato da questo turbinio di emozioni contrastanti spinge a gesti impulsivi, imprevedibili e drammatici. Chi soffre di questo disturbo non riesce a stare solo, vive nella paura di essere lasciato o rifiutato e può commettere gesti disperati per non essere abbandonato: esplosioni di rabbia o di panico, minaccia di suicidio e automutilazioni (ferite e bruciature). Come le emozioni, anche la stima di sé oscilla velocemente, e per la maggior parte del tempo la persona tende a vedere i propri difetti, cercando affannosamente di correggerli; si sente inutile, come se non valesse nulla. Solitamente la persona con Disturbo Borderline di Personalità, instaura relazioni affettive e amorose molto intense, ma instabili: pretende attenzione e dedizione assolute, a volte anche da persone appena conosciute che in genere vengono idealizzate e rifiutate con la stessa velocità. Spesso basta un solo errore o una critica da parte dell'altro per passare dall’idealizzazione alla svalutazione, come se tutto fosse o bianco o nero. La personalità Borderline è in balia di se stessa, del suo vuoto interno e della sua impulsività non potendo accedere a costanti funzioni interne consolatrici, contenitive e adulte; la sua vita è tormentata da frequenti cambiamenti di idee, stati d'ansia, depressione e eccessi (uso di sostanze stupefacenti, abbuffate di cibo, sesso facile e promiscuo, ecc.). Il Disturbo Borderline di Personalità può essere causato da fattori socio-ambientali, forti pressioni sociali e situazioni particolarmente stressanti. Sono sempre presenti fattori psicologici, come un'infanzia dolorosa e difficile, e storie di abbandono, trascuratezza o di abuso (fisico e/o sessuale). Possono essere presenti anche cause familiari: 5 volte su 1 le persone con Disturbo Borderline di Personalità hanno parenti di primo grado con lo stesso disturbo oppure con un Disturbo dell'Umore, Disturbi Correlati a Sostanze o Disturbo Antisociale di Personalità. Il Disturbo Borderline di Personalità si presenta con questi sintomi:

alterazioni dell'umore e nella percezione di sé (in genere il Borderline si percepisce come persona cattiva);

mancato controllo degli impulsi ed esplosioni di rabbia o terrore, a cui seguono sensi di colpa e vergogna;

attaccamento morboso agli altri; idealizzazione e rapida successiva svalutazione;

terrore dell'abbandono, instabilità e drammaticità nelle relazioni;

gesti imprevedibili e drammatici, automutilazioni, tentativi o minacce di suicidio;

umore depresso; ansia e idee paranoiche;

stati dissociativi: sentimento di vuoto o sensazione di non esistenza (depersonalizzazione), allucinazioni e alterazioni nella percezione del corpo.


Disturbo Paranoide di Personalità

La persona con Disturbo Paranoide di Personalità vede il mondo come minaccioso e ostile. Interpreta le intenzioni degli altri in modo negativo, come se ogni azione fosse rivolta contro di lui, per fargli del male o prenderlo in giro. Le altre persone, infatti, sono viste come persone malvagie, che usano, manipolano e ingannano. Anche un complimento può essere percepito come falso o ingannevole. Questa sospettosità porta la persona paranoide a non fidarsi di nessuno, a sentirsi una vittima, a stare sempre sulla difensiva o pronta all'attacco, a preferire stare da sola e ad essere completamente autosufficiente. Le persone con disturbo paranoide sono viste dagli altri come polemiche, permalose e guardinghe. Appaiono fredde, come se non provassero sentimenti. Questo modo di percepire, ragionare e vivere le relazioni causa una grande sofferenza interiore, ostilità, risentimenti, gelosie, solitudine e problemi nelle relazioni con gli altri. Non ci sono teorie precise sulle cause, ma si è riscontrata una certa familiarità del disturbo, che è infatti maggiormente diffuso fra i parenti di persone a cui è stato diagnosticato un Disturbo psicotico, in particolare la Schizofrenia o il Disturbo Delirante. Il Disturbo Paranoide di Personalità di solito colpisce i giovani maschi adulti. Se compare in adolescenza, si manifesta con la tendenza a isolarsi dai coetanei, difficoltà scolastiche e grande sensibilità emotiva. In generale si riscontrano un modo di sentire e un comportamento anomalo rispetto alla cultura e alla consuetudine sociale del contesto in cui vive la persona. Fra i sintomi principali vi sono:

comportamenti strani, bizzarri e/o eccentrici;

percezione negativa delle cose e idee paranoiche (ad es. convinzione di essere sfruttati o danneggiati);

atteggiamento sospettoso e difensivo e sfiducia nei confronti degli altri;

risentimenti, gelosie, atteggiamenti polemici, ostili o litigiosi;

tendenza all'autosufficienza e all'autonomia.

Disturbo Istrionico di Personalità

Si parla di Disturbo Istrionico di Personalità quando la persona ha un bisogno esagerato di attenzione, è emotivamente instabile e mostra una sensibilità (e una reattività) esagerate. L’individuo istrionico può essere un abile oratore, un grande seduttore o una persona molto provocante, e se non è al centro dell'attenzione soffre enormemente. Non sopporta le critiche, le frustrazioni e la noia. Le donne che ne soffrono si vestono e si comportano in modo molto femminile per essere seducenti, gli uomini esaltano la loro mascolinità; entrambi manifestano le loro emozioni in modo amplificato, teatrale o drammatico, come se recitassero una parte. Apparentemente forti, le persone con Disturbo Istrionico di Personalità in realtà sono molto suggestionabili e impressionabili. Si fanno condizionare, specie dalle persone più influenti e brillanti, ricercando in loro ammirazione e approvazione. Se non trovano soddisfazione alle loro esigenze, cambiano compagnia oppure cercano attraverso atti manipolatori di ottenere quello che desiderano. La ricerca costante di apprezzamento le rende particolarmente sensibili al rifiuto e la paura di essere abbandonate sfocia spesso nella Dipendenza affettiva. Non ci sono teorie precise sulle cause di questo disturbo. È probabile che esso sia originato da diversi fattori, fra cui certamente quelli psicologici. Pertanto, le cause vanno cercate nel vissuto e nella storia della persona, ma anche nel contesto in cui è cresciuta. Le caratteristiche del Disturbo Istrionico di Personalità sono:

emotività eccessiva;

esagerata ricerca di attenzione;

suggestionabilità e impressionabilità;

atteggiamenti sensuali, seducenti e provocanti;

modalità espressive teatrali, esagerate e/o drammatiche;

particolare cura di sé e del proprio aspetto e utilizzo del corpo per trovare attenzione;

cambi repentini di atteggiamento e di emozioni;

"voli di fantasia" e supervalutazione dei rapporti (considera le sue relazioni più importanti e profonde di quanto non lo siano, ad es. un conoscente potrebbe essere "visto" come un ottimo amico);

seri problemi nelle relazioni interpersonali e difficoltà a stringere legami seri e duraturi di tipo affettivo, amoroso e sessuale.


Disturbo Narcisistico di Personalità

Si parla di Disturbo Narcisistico di Personalità quando una persona ha un senso grandioso di sé e delle proprie capacità e, per questo, serba aspettative più o meno dichiarate di essere ammirata e trattata in modo privilegiato. Spesso può peccare di presunzione e svalutare gli altri, verso i quali non mostra un reale interesse e sensibilità. Ha molta difficoltà a provare empatia e i sentimenti, sia verso di sé che verso gli altri, sono profondamente negati a favore di un’immagine di sé che deve essere mantenuta a tutti i costi per salvaguardare l’equilibrio psicologico. La persona con questi tratti di personalità si sente unica ed esclusiva e tende ad attaccare/incolpare (attivamente o passivamente) chi non riconosce il suo valore e disconferma con il suo fare e dire l’immagine che egli vuole dare di sé. È quindi tipica l’intolleranza alla critiche e la difficoltà a gestire la frustrazione e la sofferenza del non essere visti e tenuti in considerazione. Sono spesso presenti vissuti di incomprensione unitamente al pensiero di poter essere capiti solo da poche persone, altrettanto uniche e speciali. Agli occhi degli altri la persona con un Disturbo Narcististico può apparire fredda, indelicata, arrogante oppure snob. Apparentemente è presente un’immagine di forza e sicurezza. In realtà sotto sono presenti una bassa autostima e una profonda fragilità: se la persona vive delle umiliazioni può avere problemi dell’umore (ad es. vissuti depressivi) o ritirarsi in se stessa recuperando antiche ferite e sentimenti di inadeguatezza. L'eccesso di egoismo (spesso non consapevole) della personalità narcisistica causa un profondo disagio nella persona stessa, che ha molta difficoltà ad intessere relazioni serene e appaganti.

Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità è caratterizzato da un’autostima molto bassa e da una grande insicurezza che portano la persona a temere il giudizio degli altri e a vivere nella paura di essere rifiutata, criticata o presa in giro. Le persone con questo disturbo si sentono inadeguate, inferiori agli altri, prive di capacità o di virtù, inetti o poco interessanti. Si imbarazzano facilmente e si stringono attorno a poche persone, evitando di allacciare nuove amicizie o relazioni. Il timore sociale le rende timide, insicure, ansiose, silenziose, solitarie e ipersensibili alle critiche. Vengono quindi evitate tutte le situazioni in cui si potrebbe essere al centro dell'attenzione o esposti al giudizio degli altri. La persona con Disturbo Evitante vorrebbe avere relazioni sociali, ma la paura di esporsi è troppo grande e questo bisogno non viene soddisfatto. La tendenza quindi è ad avere una vita ritirata e solitaria. Non ci sono teorie precise sulle cause di questo disturbo. Probabilmente deriva da fattori diversi e combinati: fattori psicologici, che vanno ricercati nei vissuti, nella storia della persona e delle sue relazioni, quindi nel tessuto sociale e nell'ambiente in cui è cresciuta e vive. A volte questo disturbo può comparire insieme ai Disturbi d'Ansia - come ad esempio la Fobia Sociale – o ai Disturbi dell'Umore. Le caratteristiche del Disturbo Evitante di Personalità sono:

ansia e paure;
scarsa fiducia in se stessi e nelle proprie capacità;

immagine negativa di sé (si sentono inferiori, brutti, poco interessanti);

chiusura, timidezza e difficoltà a entrare in relazione;

riduzione delle attività sociali, lavorative, ecc.;

evitamento di contatti, rapporti e situazioni;

diffidenza e ritiro/isolamento sociale.


Disturbo Dipendente di Personalità

Si parla di Disturbo Dipendente di Personalità quando il bisogno di accudimento, in una persona, è talmente grande da portare alla dipendenza relazionale. La persona con questo tipo di Disturbo è assolutamente convinta di non riuscire a fare nulla in autonomia, fatica quindi a prendere iniziativa e decisioni senza richiedere eccessive quantità di consigli e rassicurazioni. Non ha fiducia in sé, nelle proprie capacità e idee, e avverte paure irrealistiche e ingiustificate. Pur di non perdere il supporto e sentirsi rassicurata, preferisce dipendere da qualcuno nelle piccole cose di tutti i giorni, anche se questo vuol dire essere "sottomessa". Il bisogno di dipendenza è tale da portare a comportamenti di compiacenza e sottomissione. La persona con questo Disturbo non esprime pareri, specie se contrari, subisce le scelte degli altri, non inizia progetti o attività autonomamente, si sente a disagio e indifesa quando è sola e, a volte, sottostà anche a soprusi e prevaricazioni pur di non perdere l’accudimento e la presenza dell’altro. Alcune persone possono perfino incappare in relazioni patologiche e subire abusi e violenze. Tutte le persone affette da Disturbo Dipendente di Personalità sono tendenzialmente passive, ansiose, mansuete e timorose. Evitano le situazioni sociali e i nuovi contatti. Sono molto preoccupate dalla possibilità di un separazione e quando questa si verifica ricercano urgentemente una nuova relazione in cui trovare accudimento, supporto e sicurezza. Il Disturbo Dipendente di Personalità è molto frequente tra le donne ed è molto diffuso rispetto agli altri Disturbi di Personalità. Circa le cause non ci sono riferimenti precisi. Probabilmente questo Disturbo è dovuto a fattori diversi e concomitanti, fra cui quelli sociali e ambientali, ma soprattutto a fattori psicologici. Conflitti interiori, traumi subiti o – ad esempio – un'infanzia segnata da una perdita potrebbero, infatti, essere "terreno fertile" per lo sviluppo del disturbo, che qualche volta è preceduto in giovinezza da un Disturbo di Ansia da Separazione. Le caratteristiche del Disturbo Dipendente di Personalità sono:

necessità di essere accuditi;

paura immotivata di essere abbandonati;

insicurezza nei confronti di se stessi e delle proprie capacità;

passività, mancata iniziativa e assunzione di decisioni e responsabilità;

incapacità di esprimere opinioni, soprattutto se contrarie;

sottomissione e tolleranza alle prevaricazioni;

ansia, pessimismo, evitamento e ritiro sociale.


Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità

Quando un persona mostra un quadro pervasivo di preoccupazione per l’ordine, inflessibilità, perfezionismo, e controllo mentale e interpersonale, a spese di flessibilità, apertura, efficienza e capacità di adattamento al cambiamento si parla di Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità. La persona con un Disturbo ossessivo compulsivo di personalità si preoccupa eccessivamente per l'ordine e i dettagli, è perfezionista, sente il bisogno di esercitare il controllo sulle cose, le situazioni e le azioni sia di se stessa che degli altri. Preferisce tutto ciò che è strutturato e fatto di regole, anche nel tempo libero. Scrive lunghe liste e ci tiene ad essere molto produttiva. È esageratamente coscienzioso, scrupoloso, inflessibile in tema di moralità, etica o valori, dedito al lavoro e alla produttività, fino all’esclusione delle attività di svago e delle amicizie.

Spesso nelle situazioni sociali tende a ripetersi, cerca di dare direttive e istruzioni alle altre persone, come se pensasse che c'è un unico modo di fare le cose e che il suo sia quello giusto. È difatti assai riluttante a delegare compiti o a lavorare con gli altri a meno che questi non si sottomettano esattamente al suo modo di fare le cose. Adotta una modalità di gestione del denaro improntata dall’avarizia in quanto preoccupato dalla possibilità di catastrofi future. Se sente di perdere il controllo può vivere un grande disagio, innervosirsi, vivere uno stato d'ansia, ma in genere non mostra agli altri i suoi stati d'animo. Queste persone, infatti, nelle relazioni intime mostrano difficoltà ad essere espansive, possono apparire fredde o formali e provare disagio quando gli altri esprimono la loro affettività. Non bisogna confondere questo Disturbo di Personalità col Disturbo d'Ansia Ossessivo-Compulsivo. Difatti, Nel disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità non ci sono ossessioni o rituali (compulsioni). Non ci sono teorie precise sulle cause del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità. Probabilmente è dovuto a un’interazione fra più fattori: genetici, ambientali, sociali e psicologici. Alcune teorie sostengono che questa rigidità e tendenza al perfezionismo può essere dovuta ad un'educazione molto rigida ricevuta da bambini. La famiglia può aver riposto nel bambino aspettative molto elevate e lui aver appreso di dover essere bravo, capace e perfetto, per non deluderle ed ottenere amore. Le caratteristiche del Disturbo Ossessivo Compulsivo sono:

perfezionismo, inflessibilità e mania dell'ordine;

necessità di controllo su cose e situazioni/relazioni;

attenzione per i dettagli, le regole, le liste di cose da fare;

modalità rigida di fare le cose e difficoltà a godere del tempo libero;

tendenza ad accumulare le cose e il denaro (in previsione di catastrofi);

imposizione delle proprie regole agli altri e disagio in situazioni sociali e nuove;

formalità e freddezza nelle relazioni affettive, scarsa tolleranza verso gli slanci affettuosi.

L’ipocondria è una sofferenza psicologica che assieme al Disturbo di Somatizzazione, il Disturbo Somatoforme Indifferenziato, il Disturbo di Conversione, il Disturbo Algico e il Disturbo di Dismorfismo Corporeo, appartiene alla categoria più ampia dei Disturbi Somatoformi.


Si parla di Disturbi Somatoformi quando una persona lamenta dolori e sintomi fisici che le creano notevole disagio nella vita di tutti i giorni e le fanno pensare di avere problemi di salute. I sintomi non sono tuttavia causati da una situazione medica, non derivano dall'uso di farmaci, né dalla presenza di altri Disturbi.


I dolori avvertiti o le preoccupazione lamentate, comunque, non dipendono dalla volontà o intenzionalità dell'individuo e non sono simulati. Di solito la persona ne parla con il suo medico o con altri specialisti senza che questi possano trovare una causa fisica reale ai sintomi descritti dalla persona.


I Disturbi Somatoformi sono diversi a seconda di come si presentano.
Il Disturbo di Somatizzazione consiste in una storia di molteplici lamentele e sintomi fisici: quattro sintomi dolorosi in quattro localizzazioni o funzioni corporee, (per esempio testa, addome, minzione, dolori mestruali, dolori durante l’atto sessuale), due sintomi gastrointestinali (per esempio nausea, meteorismo, vomito al di fuori della gravidanza, diarrea, oppure intolleranza a numerosi cibi diversi), un sintomo pseudo-neurologico (per esempio alterazione della coordinazione e dell’equilibrio, paralisi o ipostenia localizzate, difficoltà a deglutire o nodo alla gola, mancamenti, afonia, allucinazioni, ecc.) e un sintomo sessuale (per esempio indifferenza sessuale, disfunzioni dell’erezione o della eiaculazione, cicli mestruali irregolari, eccessivo sanguinamento mestruale, ecc.). I Disturbi vengono riferiti lungo un periodo di numerosi anni e iniziano prima dei 30 anni del soggetto.

Il Disturbo Somatoforme Indifferenziato consiste in lamentele fisiche (per esempio stanchezza, perdita di appetito, problemi gastro-intestinali o urinari) presenti da almeno 6 mesi senza che vi sia una causa organica o una condizione medica generale che le spieghi.

Il Disturbo di Conversione riguarda la presenza di uno o più sintomi o deficit riguardanti funzioni motorie volontarie o sensitive.

Il Disturbo Algico è caratterizzato dalla presenza di forti dolori in una o più zone anatomiche.

Il Disturbo di Dismorfismo Corporeo consiste nella preoccupazione per un supposto difetto nell’aspetto fisico (se è presente una piccola anomalia fisica, l’importanza che le viene attribuita è di gran lunga eccessiva).


L’Ipocondria, un disturbo piuttosto diffuso, è la preoccupazione legata alla paura, oppure alla convinzione di avere, una malattia grave. La paura o la convinzione sono basate sull’ erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto, sono presente almeno da 6 mesi e causano un disagio significativo nella vita della persona. Nonostante vengano richiesti numerosi consulti specialistici ed effettuate svariate indagini mediche che smentiscono e non avallano le preoccupazioni ipocondriache queste non cessano di esservi. L’ipocondriaco non trova pace ed è in preda all’ ansia quando deve effettuare degli esami medici (ad es. esami del sangue) o quando avverte qualche sensazione “strana” o anche solo lievemente dolorosa nel suo corpo. In quei momenti inizia un’angosciosa sequela di domande interne, a volte anche dirette agli altri al fine (non raggiunto) di essere rassicurati, sul motivo possibile di quanto avvertito, e le ipotesi che si affacciano nella mente della persona non sono mai rosee o neutre, ma sempre funeste e gravi. Il circuito dell’ansia si aggrava inoltre con una pratica piuttosto tipica, ma molto dannosa, che è quella della consultazione di internet o di altri strumenti a disposizione del soggetto. L’esito letto non fa altro che confermare lo stato d’ansia del soggetto innescando una spirale verso il basso molto angosciante. Le persone ipocondriache nei momenti di “crisi”, sebbene presentino preoccupazioni/convinzioni di intensità non delirante (una parte di loro è in grado di riconoscere l’esagerazione delle loro preoccupazioni), faticano molto a mantenersi nella realtà del qui ed ora e ad accedere ad una funzione interna consolatrice, contenitiva e rassicurante che diversamente permetterebbe loro di tranquillizzarsi, non amplificare, distogliere l’attenzione e tollerare la frustrazione dell’attesa (nel caso ad esempio di esami medici di cui si attende l’esito).

Essere dipendenti non significa solo finire per trovarsi in una situazione di emarginazione, solitudine e malattia, ma soprattutto significa avere un importante e grave problema con un oggetto, una sostanza, un’abitudine o una persona che generano contemporaneamente piacere e dolore, desiderio e avversione, e da cui si è attratti, ma ci si vorrebbe liberare.


Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV-TR): «Per dipendenza si intende una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a menomazione e a disagio clinicamente significativi, come manifestato da tre (o più) delle condizioni seguenti, che ricorrono in un qualunque momento dello stesso periodo di 12 mesi:

tolleranza, come definita da ciascuno dei seguenti:
il bisogno di dosi notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione o l’effetto desiderato;
un effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa quantità della sostanza;

astinenza, come manifestata da ciascuna dei seguenti:
la caratteristica sindrome di astinenza per la sostanza;
la stessa sostanza (o una strettamente correlata) è assunta per attenuare o evitare i sintomi di astinenza;

la sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto previsto dal soggetto;

desiderio persistente o tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza;

una grande quantità di tempo viene spesa nel procurarsi la sostanza (per esempio, recandosi in visita da più medici o guidando per lunghe distanze), ad assumerla (per esempio, fumando “in catena”), o a riprendersi dai suoi effetti;

interruzione o riduzione di importanti attività sociali, lavorative e ricreative a causa dell’uso della sostanza;

uso continuativo della sostanza nonostante la consapevolezza di avere un problema persistente o ricorrente, di natura fisica o psicologica, verosimilmente causato o esacerbato dalla sostanza (per esempio, il soggetto continua ad usare cocaina malgrado il riconoscimento di una depressione indotta da cocaina, oppure continua a bere malgrado il riconoscimento del peggioramento di un’ulcera causato dell’assunzione di alcol).


Esistono vari tipi di dipendenze:

il Tabagismo;

lo Shopping Compulsivo;

il Gioco d’Azzardo Patologico (Gambling);

la Tossicodipendenza;

l’Alcolismo;

l’Abuso di allucinogeni (Funghi, LSD, MDMA, ecc.);

la Dipendenza da Cannabis (Maijuana, Hashish);

la Dipendenza dai Videogame;

la Dipendenza affettiva (Love addiction).


Il primo passo necessario per la cura di una Dipendenza è l’ammissione innanzitutto a se stessi della presenza della Dipendenza. Spesso chi soffre di questo tipo di problemi tende a minimizzare quanto gli accade e i comportamenti che agisce impulsivamente (“non è in fondo poi così grave”) e a pensare sinceramente di averne il controllo. Pensa quindi di “poter smettere in qualsiasi momento”. Pertanto, realizzare di avere un grave problema, che sfugge al controllo adulto, e che tale problema si chiama Dipendenza è il primo passo verso la guarigione e verso l’attivazione di una spinta motivazionale a venirne fuori. A tal riguardo le cose non sono mai così semplici e lineari. In qualsiasi percorso di guarigione e crescita, il cambiamento è sì desiderato, perché si basa sulla consapevolezza della presenza di un disagio, ma pure temuto e rifiutato. È infatti sempre presente quelle che viene chiamata la resistenza al cambiamento. Si tratta della tendenza/abitudine a mantenere tutto uguale a com’è. L’essere umano tende infatti all’accomodamento e a scegliere ciò che conosce anche se doloroso o patologico. Nel caso dei problemi di dipendenza, la resistenza al cambiamento è ancora più forte dal momento che l’oggetto da cui si dipende, che sia una sostanza, un abitudine o una persona, è fonte non solo di emozioni spiacevoli e sofferenza ma anche di stati piacevoli ai quali difficilmente si vuole rinunciare. Pertanto, i primi grandi movimenti che una persona ha da compiere sono l’ammissione dell’esistenza di un problema e la motivazione a venirne fuori, indagando i nodi sottostanti che hanno portato a tal esito patologico e recuperando la propria dignità e libertà.

L’esperienza di un legame inevitabilmente porta ad un condizionamento delle nostre scelte. L’altro e il nostro legame entrano profondamente nella nostra vita e una parte di noi si modifica naturalmente per lasciare spazio a questo “noi” e alle sue caratteristiche. Ma quando il condizionamento diventa eccessivo e porta uno dei due a rinunciare alla propria autonomia e ai propri bisogni per porsi in una posizione di sacrificio e idealizzazione dell’altro qualcosa non sta più funzionando come dovrebbe. Il legame, anziché, essere spazio di incontro e racconto diventa prigionia. La relazione anziché essere motore di crescita e ricchezza diventa causa di appiattimento e povertà interna. Uno dei due partner rinuncia a sé per dedicarsi completamente all’altro e alla relazione da cui è dipendente. L’altro assorbe tempo, energie, pensieri, affetti fino a diventare un’ossessione che condiziona benessere, equilibrio psichico, comportamenti e pensieri. In questi casi si parla di Dipendenza Affettiva o Love Addiction.


La Dipendenza Affettiva ha caratteristiche simili a qualsiasi dipendenza. Il bisogno di stare con l’altro da cui si dipende è sempre più forte (tolleranza). Si pensa e si sente di non poterne fare più a meno (assuefazione). Quando l’altro non c’è ci si sente smarriti, persi, impauriti, abbandonati e si avverte un intenso stato di sofferenza (astinenza).


Chi soffre di questo tipo di Dipendenza relazionale non riesce a fare un progetto in autonomia, a trascorrere del tempo piacevole con se stesso e a frequentare altre persone. La paura del distacco e di essere abbandonati è tale da spingere a sopportare situazioni anche molto spiacevoli, a diventare gelosi, possessivi, controllare l'altro oppure a fargli continue richieste di rassicurazione, dimostrazioni d'affetto, senza però riuscire a sentirsi veramente corrisposti. La relazione che si crea genera grande sofferenza e manca di equilibrio e reciprocità.


La Dipendenza Affettiva riguarda soprattutto le donne tra i 20 e i 50 anni, ed è anche chiamata "Sindrome delle donne che amano troppo".


Altri sintomi presenti nelle persone che soffrono di Dipendenza Affettiva sono:

mancanza di autonomia;

riduzione di interessi e vita sociale;

rinuncia ai propri spazi, bisogni e desideri;

atteggiamento servizievole, tollerante e sottomesso;

difficoltà a manifestare disaccordo e i propri sentimenti;

possessività, grande gelosia, controllo dell'altra persona;

sentimenti di rabbia, paura dell'abbandono e sensi di colpa;

perdita di lucidità e difficoltà a controllare i propri atteggiamenti;

ansia, angoscia, senso di vuoto, depressione e smarrimento all'idea del distacco.

Nei casi più seri una persona arriva persino a farsi maltrattare, umiliare, a subire violenza (masochismo) e possono comparire: ansia, paranoie, depressione e disturbi alimentari.


Come per le altre situazioni di Dipendenza, anche per la Dipendenza Affettiva, il primo passo necessario per la guarigione è l’applicazione della corretta “etichetta” a quello che si sta vivendo. Spesso il possesso, la paura dell’abbandono e la gelosia vengono romanticamente scambiate per amore e le problematiche esistenti a livello individuale e relazionale vengono negate, minimizzate ed edulcorate. Così non deve essere, le cose vanno viste per come stanno. La Dipendenza Affettiva è un disturbo importante e grave e come tale va innanzitutto chiamato. La consapevolezza della presenza di questo problema permette un primo accesso verso la strada del cambiamento. Il percorso è lungo ed articolato e prevede la riappropriazione di sé, della propria autostima e autonomia. Il passaggio evolutivo che va compiuto è dalla dipendenza verso l’altro alla dipendenza verso di sé, che si traduce in un sentimento di abbraccio, amore e stima verso se stessi e nella fiducia di poter contare sulle proprie capacità e risorse “nella buona e nella cattiva sorte”. Significa realizzare che le uniche persone a cui dobbiamo e possiamo promettere “amore eterno” siamo noi stessi. Perché è con noi stessi che da sempre conviviamo e sempre rimarremo. Spesso, per raggiungere questo obiettivo un passaggio necessario è l’analisi delle problematiche sottostanti che hanno portato allo sviluppo della problematica di dipendenza. La rivisitazione delle proprie radici passate è un momento di consapevolezza dolorosa ma importante e preziosa per poter bonificare, curare e tornare a librarsi in piena libertà ed autonomia. “Un uccello posato su un ramo non ha mai paura che il ramo si rompa, perché la sua fiducia non è nel ramo, ma nelle sue ali.” Cit.


“Un uccello posato su un ramo non ha mai paura che il ramo si rompa, perché la sua fiducia non è nel ramo, ma nelle sue ali.” Cit.

Il sonno è un aspetto della nostra vita e quotidianità estremamente importante e vitale, eppure è spesso trascurato e bistrattato. Ad oggi, moltissime persone ne sottovalutano l’importanza considerandolo un di più e riservandogli un tempo sempre più minore e residuo rispetto ad altre attività ed esperienze considerate più nutrienti ed interessanti.


Eppure, le cose non stanno proprio così. Anzi, le cose non stanno per nulla così. E i Disturbi del Sonno, così tanto diffusi ai tempi d’oggi sia nei bambini che negli adulti, ne sono la riprova.


Il sonno è un momento fisiologico necessario delicatissimo, irrinunciabile ed estremamente importante per il benessere del nostro cervello e quindi del nostro organismo e della nostra psiche. Che molti riescano ad andare avanti nella loro vita per un lungo tempo, trascurandolo e considerandolo superfluo o non occupandosi delle manifestazioni di disfunzionalità presenti in quest’area, è solo indice del fatto che il nostro cervello ha un resistenza allo stress e alle privazioni elevatissima, e non significa certo che dormire bene (in qualità e quantità adeguate) non sia poi così importante. Quello sul quale spesso non si riflette è che il nostro cervello e il nostro corpo hanno sì una straordinaria capacità di sopportazione dello stress, ma se questo diventa cronico e non si fa nulla per occuparsene e prendersene cura prima o poi si pagano le conseguenze: fisiche e mentali.


Le alterazioni del ciclo del sonno, altrimenti dette Disturbi del Sonno, non vanno mai sottovalutate. Viceversa è necessario occuparsene il prima possibile (sono tra l’altro Disturbi che tendono a cronicizzarsi, quindi, più passa il tempo e peggio è) indagando le cause sottostanti (i Disturbi del Sonno di per sé non sono una malattia ma l’espressione di problematiche sottostanti) e adottando rigide regole comportamentali relative all’“igiene del sonno” che riportino il prima possibile il delicato sistema di regolazione del ciclo sonno-veglia in carreggiata.


Si parla di Disturbi del Sonno quando:

si verificano alterazioni nel normale ciclo di sonno-veglia, problemi durante il sonno, difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno;

non si riposa abbastanza rispetto alle esigenze dell'organismo, indipendentemente dalla condizione fisica e mentale di una persona, dall'assunzione di farmaci o altre sostanze.


I Disturbi del Sonno sono di vario tipo: Insonnia, Narcolessia, Parasonnie (Risvegli confusionali, Terrori notturni, Sonnambulismo), Enuresi, Disturbi del Sonno correlati alla Respirazione, Sindrome della Gambe senza Riposo, ecc. Tra questi, quello che probabilmente è più conosciuto è l’Insonnia, un disturbo che interessa il 10 per cento della popolazione, caratterizzato dalla difficoltà ad addormentarsi, da frequenti interruzioni del sonno (con conseguente difficoltà a riaddormentarsi) e da risvegli precoci (ci si sveglia molto prima del suono della sveglia). I principali motivi dell’Insonnia sono stress, ansia e depressione. Una volta cronicizzata l’Insonnia porta ad uno sgradevole circolo vizioso che può aumentare il rischio di irritabilità e tono dell’umore basso. Anche i Disturbi medici possono disturbare il sonno con i loro sintomi, per esempio con il dolore, con i trattamenti usati per alleviarli o con lo stress emotivo associato alla malattia. L’Insonnia può anche essere indotta da un uso eccessivo di caffè, nicotina ed alcol.


Gli effetti indesiderati del poco sonno comportano:

calo della memoria, dell’apprendimento, delle capacità di concentrazione e attenzione, della creatività;

aumentato rischio di stati di irritabilità, ansia, abbattimento e frustrazione;

riduzione dell’efficienza dell’attività del Sistema immunitario;

aumentato rischio di malattie cardiache e aritmie (sotto le 6 ore c’è un aumentato rischio di ipertensione);
aumentata produzione dell’ormone della fame grelina (un ormone che stimola l’appetito prodotto da alcune cellule dello stomaco e del pancreas);

aumentato spessore dello stato di grasso e rischio di obesità;

aumentato rischio delle infiammazioni locali che a suo volta può aumentare il rischio di artriti reumatoidi e arteriosclerosi.

Il primo approccio nel trattamento dell’insonnia è quello di identificare e curare la causa che ha provocato il disturbo (per esempio il dolore, la depressione, uno stato di stress, ecc.). L’ insonnia può talvolta persistere anche dopo che la condizione sia stata trattata. A questo punto le principali azioni riguardano l’uso di terapie farmacologiche e gli approcci comportamentali. I farmaci ipnotici sono utili per alleviare i disturbi del sonno dovuti a situazioni stressanti, cambiamenti nell’assetto del sonno provocati dal jet lag, e a disturbi del sonno associati a condizioni mediche e psichiatriche. Questi farmaci vanno impiegati solo per brevi periodi perché sul lungo tempo perdono la loro efficacia e danno dipendenza se assunti sistematicamente. I farmaci da banco e supplementi dietetici o fitoterapici danno limitati benefici nonostante la loro ampia disponibilità e pubblicità. L’efficacia in questi casi sarebbe più legata all’effetto placebo piuttosto che ad una efficacia effettiva della sostanza. Gli approcci comportamentali consistono nell’individuare i fattori psicologici e comportamentali che disturbano il sonno. Esistono precise regole comportamentali che vanno fedelmente seguite.

Imparare a rilassarsi e a limitare i pensieri intrusivi.

Darsi un’ora di tempo per distendersi dedicandosi ad attività rilassanti e piacevoli prima di coricarsi.

Andare a letto solo quando si ha sonno.

Alzarsi dal letto se non si riesce a dormire (non sostare a letto per più di 10 minuti se non si riesce ad addormentarsi), spostarsi dalla stanza da letto e dedicarsi ad attività rilassanti. Non dormire sul divano.

Svegliarsi sempre (anche nei giorni festivi e nei fine settimana) alla stessa ora (questa rigidità è d’aiuto nel regolare l’orologio biologico interno e a sincronizzarlo sul ritmo sonno-veglia).

Riservare il letto e la camera da letto solo per dormire. Per impedire l’associazione del sonno con le attività della veglia non leggere, né guardare la tv, né pensare/fantasticare ad occhi aperti, né ripensare alla giornata appena trascorsa stando a letto. L’associazione corretta, infatti, deve unicamente essere quella tra letto e riposo.

Evitare i sonnellini diurni o quelli dopo cena (compromettono il naturale ritmo sonno-veglia). È possibile solo un breve sonnellino post-prandiale.

Stare a letto il tempo necessario per dormire. Non andare oltre con l’idea di recuperare il sonno perduto. ... Buon riposo!

Il bullismo, dall’inglese bully (opprimere, fare prepotenze, dominare) è un fenomeno, purtroppo, molto diffuso ai tempi d’oggi. Consiste in un insieme di atteggiamenti di intimidazione, sopraffazione, oppressioni fisica o psicologica commessi da un soggetto “forte” (il bullo) nei confronti di un soggetto percepito come “debole” o “inferiore” (la vittima). Le caratteristiche essenziali del bullismo sono: l’intenzionalità, la persistenza nel tempo e l’asimmetria di potere. Il bullismo, quindi, si configura come un comportamento intenzionale (è un’azione che mira deliberatamente a far del male o a danneggiare altri individui), sistematico e ripetuto in una situazione di disuguaglianza di forza e potere. Il fenomeno riguarda sia i maschi che le femmine, dai 7-8 ai 14-18 anni e si manifesta soprattutto in ambito scolastico. Può presentarsi in diverse espressioni (fisica, verbale e indiretta) e genera numerose conseguenze che condizionano il clima scolastico di chi subisce le vessazioni dei prepotenti (le vittime), di chi assiste alle condotte intimidatorie del bullo designato (i complici) e di chi osserva semplicemente la messa in atto dei comportamenti bullistici (osservatori).


Le vittime, I bambini/ragazzi che sperimentano l’oppressione e le prevaricazioni dei bulli, spesso tacciono e non si aprono con gli adulti di riferimento. Possono avere paura o vergognarsi. Vivono in una condizione di impotenza, sofferenza, emarginazione dal gruppo e svalutazione della propria identità. Possono esprimere il proprio disagio in vari modi. Evitando, ad esempio, di andare a scuola per sottrarsi al ruolo di vittima, lamentando sintomi da stress, mal di stomaco, mal di testa, incubi e attacchi di ansia. Gli episodi di bullismo possono generare nelle vittime effetti negativi anche sulla concentrazione e sull’ apprendimento, o indurre tentativi di allontanamento dalla scuola, paura della scuola e/o di uscire di casa. Talvolta le vittime possono sviluppare fobie specifiche e comportamenti di evitamento. Inoltre, una volta divenute adulte le vittime possono sviluppare disturbi emotivi quali la depressione e mantenere difficoltà relazionali.


Nel bullismo è presente uno squilibrio di forze: una prevaricazione da parte del bullo ed una difficoltà a difendersi da parte della vittima. Sono più i maschi che le femmine ad agire le prepotenze, nel caso di ragazze il fenomeno del bullismo si manifesta con modalità di tormento più sottili, raffinate ed indirette. Tale forma di bullismo al femminile è più difficile da individuare in quanto le ragazze usano metodi di molestia meno visibili, come la calunnia e la maldicenza.


La situazione di disagio e sofferenza della vittima è evidente, appare meno palese il disagio sottostante il comportamento del bullo che in realtà con le sue azioni sta manifestando un disagio che spesso è il risultato di una difficoltà nella sua famiglia d’origine e di traumatizzazioni come l’assistere a violenza domestica, avere dei modelli di genitori aggressivi e maltrattanti, ecc. In questo senso, il suo comportamento è una manifestazione di debolezza, insicurezza e disagio coperta da atteggiamenti spavaldi, aggressivi e coraggiosi, che in realtà rappresentano una richiesta di aiuto indiretta. Se il bullo non viene aiutato e messo nella condizione di capire la gravità dei suoi gesti, rischia di assumere comportamenti ancora più gravi nei confronti degli altri ma anche di se stesso, come disturbi della condotta, comportamenti aggressivi, anti-sociali e illegali (piccoli furti e atti di vandalismo). Non va quindi dimenticato che le sue azioni aggressivi e di prevaricazione nascono da un disagio emotivo che non sa contenere ed esprimere se non in questo modo che altro non è che la ripetizione di comportamenti patiti o osservati.


Il bullismo può essere conseguenza di diversi fattori quali classi o scuole numerose, atteggiamenti competitivi messi in atto dai ragazzi per ottenere successi scolastici o approvazione (atteggiamenti spesso favoriti da alcuni insegnanti), o ancora l’aspetto esteriore (alunni in sovrappeso, bassi, sgraziati, magrolini, rossi di capelli, con occhiali o apparecchi ai denti hanno maggiore probabilità di diventare vittime del bullo). Le vittime sono quasi sempre bambini o ragazzi tranquilli, riservati, sensibili, spesso con una scarsa autostima e un’opinione di sé negativa, ansiosi e insicuri, hanno difficoltà ad affermarsi nel gruppo e il loro rendimento scolastico diminuisce gradualmente. Hanno una scarsa capacità di relazione e di accordarsi/inserirsi col/nel gruppo, a scuola tendono a vivere in una condizione di solitudine e isolamento trovandosi quindi in situazioni di debolezza che attirano gli atteggiamenti prevaricatori dei bulli.


Esistono anche le vittime provocatrici. Questa tipologia di vittime include una combinazione di modalità di reazioni ansiose e aggressive. Una percentuale minore di casi comprende infatti ragazzi e ragazze vittime che si mostrano inquieti ed offensivi. Il loro comportamento provoca irritazione, tensione e reazioni negative da parte di molti compagni. Questi atteggiamenti attirano su di sé le prevaricazioni del prepotente.


Esistono diversi tipi di bullismo:

il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi o minacciandola;

il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude completamente la vittima dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto;

il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, schiaffi o spinte, o la molesta sessualmente;

il cyberbullying o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripresa e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarla, minacciarla o darle fastidio.


Ad oggi, per contrastare il fenomeno fortunatamente ci sono molti strumenti: progetti e campagne informative nelle scuole, anche promossi dal Ministero della Pubblica Istruzione, sportelli di ascolto, siti, un numero verde (800.669.696), vademecum per genitori e insegnanti, osservatori regionali. L'osservatorio privilegiato resta comunque quello dei genitori, che possono fare attenzione alle emozioni dei loro figli e notare per primi alcuni campanelli d'allarme, come ad esempio un calo del rendimento scolastico, rifiuto di andare a scuola, isolamento dagli altri compagni, ansie, paure esagerate o sbalzi d'umore, sintomi fisici come mal di testa o mal di stomaco, lividi, ferite, vestiti stracciati e oggetti rovinati o persi/rubati. Nel caso del bullo in genere possono esserci: note, richiami da parte della scuola, e intolleranza per le regole e l’autorità espressa attraverso rabbia e aggressività eccessive.


In questi casi è importante intervenire tempestivamente: comunicare con la scuola, i servizi sociali o altri genitori e dove possibile invitare i ragazzi al dialogo, facendoli sentire a loro agio, senza giudicarli. In molti casi i ragazzi non riescono ad aprirsi in famiglia, diventa quindi necessario un intervento esterno che ripristini gli equilibri emotivi e psicologici. Per le sue caratteristiche il bullismo può essere considerato alla pari di un evento traumatico, in quanto è presente l’elemento della minaccia fisica e psicologica alla persona. Pertanto, come tale (come un trauma) va trattato e curato. In questi casi risulta quindi di fondamentale importanza un intervento svolto da uno psicologo specializzato in psicoterapia e, se possibile, nella tecnica E.M.D.R. (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari). L’E.M.D.R. è infatti oggi considerato il trattamento evidence-based per il Disturbo da Stress Post Traumatico, validato da più ricerche e pubblicazioni di qualunque altra psicoterapia nel campo del trauma. È quindi particolarmente indicato nella cura delle conseguenze dei traumi. Lo psicoterapeuta potrà aiutare la vittima a rimarginare le ferite (curare il trauma), ritrovare l'autostima e sviluppare l'assertività, e lavorerà (con la collaborazione dei genitori) per favorire nel bullo la comprensione della gravità dei suoi comportamenti e l’origine del suo disagio (dentro e dietro un bullo c’è sempre un bimbo ferito).

Perdere una persona a cui abbiamo voluto bene è una delle esperienze più laceranti della vita. Per quanto inevitabile e a tutti nota, nessuno è mai veramente pronto per affrontarla. Quando sopraggiunge invade mente, cuore e corpo, spezza la continuità della vita e ne interrompe il fluire anche per chi resta. Il dolore ed il trauma sono così grandi che, all'inizio, possono sembrare impossibili da superare. Improvvisamente si deve fare i conti con il dolore, la confusione, lo shock, le domande e i ricordi. Si cerca faticosamente di dare un senso a quello che è accaduto e di riorganizzare la propria esistenza.


Il dolore è tanto più forte quanto più siamo legati alla persona ed è legato dalle circostanze in cui il lutto avviene, dalla concezione che si ha della morte e dalle caratteristiche personali.


In psicologia, il termine lutto si riferisce alle reazioni psicologiche, comportamentali, sociali e fisiche che si esperiscono di fronte alla percezione di una perdita. In sostanza, il lutto è la reazione alla perdita. Il termine elaborazione del lutto si riferisce, invece, agli sforzi psicologici necessari per adattarsi alla perdita e al “riorientamento” che la persona rimasta in vita deve compiere. In sostanza, l’elaborazione del lutto è l’adattamento alla perdita. Le attività psicologiche di riorientamento da compiere sono tre e riguardano il defunto, se stessi e il mondo esterno.


Le attività psicologiche di riorientamento relativamente al defunto comportano lo scioglimento dei legami psicologici che hanno legato il defunto alla persona cara e lo sviluppo di nuovi legami nonostante l’assenza fisica. Gli attaccamenti precedenti devono quindi modificarsi per tenere conto della nuova realtà della perdita.


Le attività psicologiche di riorientamento relativamente alla persona rimasta in vita (al sé) comportano l’adattamento personale alla perdita attraverso la revisione delle proprie percezioni del mondo e della propria identità. Quando si perde una persona cara si cambia e cambiano le percezioni che si hanno rispetto alla vita e al mondo.


Infine, le attività psicologiche di riorientamento relativamente al mondo esterno comportano il progressivo apprendimento di modalità di vita nuove e sane in un mondo che si è modificato per l’assenza della persona cara. Comportano inoltre il reinvestimento di significato ed energia nella vita.


Tipicamente, quando si vive l’esperienza del lutto sono tre i momenti principali della sua elaborazione: la fase dell’evitamento (il dolore ed il trauma sono tali che è presente una situazione di shock e di evitamento di quanto accaduto), la fase del confronto emotivo (è il momento dell’impatto doloroso, il livido emotivo che affiora dopo la “botta”, questa fase può comparire anche molti mesi dopo l’evento) e la fase dell’adattamento.


Perché si possa giungere a questo processo finale (elaborazione del lutto) è necessario attraversare 6 fasi fisiologiche: le 6 “R” dell’elaborazione del lutto (Rando, 1993):

Rendersi conto della perdita: prendere atto del decesso e comprenderlo. Questo obiettivo di elaborazione corrisponde alla fase dell’evitamento.
Reagire alla separazione: sentire il dolore; identificare, accettare ed esprimere tutte le reazioni psicologiche alla perdita; identificare e addolorarsi per le perdite secondarie, a seguito di una morte sono spesso frequenti e presenti delle perdite secondarie quali un trasloco, le difficoltà economiche, ecc. Questo obiettivo di elaborazione corrisponde alla fase del confronto emotivo.
Rammentare e riesperire il defunto e il rapporto: riesaminare e ricordare in modo realistico il defunto e il legame avuto; rivivere e riesperire le emozioni. Questo obiettivo di elaborazione corrisponde alla fase del confronto emotivo.
Rinunciare ai vecchi attaccamenti al defunto e alle vecchie ipotesi sul mondo: lasciare le idealizzazioni e giungere ad una visione realistica della persona persa; rivedere e rielaborare le convinzioni precedentemente presenti relativamente alla vita, quando ci si confronta con l’esperienza della morte molte delle proprie convinzioni/sicurezze sul mondo e sulla vita crollano, ad esempio “il mondo è giusto/benevolo” oppure “alla persone buone e giuste non accadono cose brutte”. Questo obiettivo di elaborazione corrisponde alla fase del confronto emotivo.
Risolversi a progredire in modo adattivo nel nuovo mondo senza dimenticare il vecchio (trovare nuove ipotesi sul mondo e sulla vita, sviluppare un nuovo rapporto con il ricordo della persona cara, adottare nuovi modi di stare al mondo, formarsi una nuova identità). Questo obiettivo di elaborazione corrisponde alla fase dell’adattamento.
Reinvestire emozioni e significato su di sé e sulla vita. Questo obiettivo di elaborazione corrisponde alla fase dell’adattamento.


Le reazioni comuni alla perdita sono:
la tristezza;
la rabbia (per la frustrazione di non aver potuto fare nulla);
la rabbia irrazionale ma assolutamente umana e comune che si traduce nella domanda interna “perché mi hai lasciato?”;
la colpa e l’autorimprovero (solitamente per qualcosa che non si è fatto e che col “senno di poi” si sarebbe potuto fare; oppure per qualcosa che è successo nel passato o nei momenti vicini al decesso);
l’ansia (la paura di non essere in grado di avere cura di sé, la consapevolezza della propria mortalità e della caducità della vita);
l’intorpidimento, l’impotenza e lo shock (spesso presente all’inizio del processo del lutto);
sentimenti di solitudine, struggimento, emancipazione e sollievo;
vissuti di depersonalizzazione/derealizzazione (sensazione di irrealtà/estraneità verso di sé e verso la realtà).


Le sensazioni fisiche che possono esserci sono: stanchezza, affanno, affaticamento muscolare, vuoto nello stomaco, stretta nel petto, nodo alla gola, ipersensibilità verso il rumore e secchezza della bocca. Gli aspetti più cognitivi presenti sono: incredulità (“non è successo/non è vero”), confusione, preoccupazione (pensieri ossessivi rispetto alla persona deceduta e alla sua morte) , sensazioni di presenza del defunto (cosa che può essere di conforto, ma non sempre) e allucinazioni (esperienze illusorie transitorie). A differenza degli altri traumi, il lutto è un trauma dal quale non si può guarire. Il compito psicologico che la mente deve affrontare, a seguito di una perdita, non è la guarigione ma una riorganizzazione ed una elaborazione e rivisitazione del legame di attaccamento verso la figura deceduta. L’affioramento dei ricordi svolge quindi un ruolo vitale nell’adattamento alla perdita. I ricordi fungono da ponte essenziale tra il mondo “con” e il mondo “senza” la persona persa e rappresentano i mattoni fondamentali delle rappresentazioni interiori. Queste sono gli aspetti del sé che si identificano con la persona che è stata persa. Perché vi sia una elaborazione adattiva del lutto è essenziale giungere ad una rappresentazione interna adattiva della persona cara. In sostanza, gli attaccamenti e i rapporti con le persone defunte non si perdono ma si trasformano. La ricerca indica che le persone, se riescono positivamente nell’elaborazione della perdita, anziché distaccarsi dalla persona defunta, trovano un modo di mantenere una propria rappresentazione interna dinamica e mutevole nel tempo. Il legame quindi non è perso, ma rimane tenendo conto dell’assenza fisica.


L’elaborazione del lutto è un processo assolutamente fisiologico e umano che la mente mette lentamente in atto per adattarsi all’esperienza del trauma della perdita. Non sempre però tutto “fila liscio” e qualcosa nelle diverse fasi del processo di elaborazione può bloccarsi, oppure semplicemente si può avvertire il bisogno di un conforto umano ma professionale e di uno spazio all’interno del quale poter occuparsi in tranquillità di sé e di quanto di drammatico è accaduto. L’ intervento terapeutico può quindi:

accompagnare, sostenere e facilitare l’iter della rielaborazione adattiva del lutto (le 6 fasi dell’elaborazione) nei casi sia di lutto “semplice” che “complicato” (es. morti improvvise o violente come incidenti, infarti, ictus, malattie organiche improvvise, omicidi, suicidi, ecc.);
aiutare a far emergere le rappresentazioni interiori e i ricordi positivi della persona persa (a volte una perdita può essere così devastante da bloccare l’accesso ai ricordi positivi e alle esperienze che sono state vissute insieme alla persona che è stata persa; solo se i momenti e i ricordi più traumatici sono stati elaborati, è possibile accedere alle parti più positive);
favorire il superamento dei conflitti relazionali passati (es. relazioni difficili nelle quali sono presenti rabbia/ambivalenza/colpa/dipendenza/abuso) che impediscono l’elaborazione adattiva del lutto.

I temi dell’autostima e dell’assertività sono temi con i quali tutti, volenti o nolenti, ci siamo ritrovati prima o poi a dover fare i conti nella vita. Nella mia attività come psicologa psicoterapeuta non ho conosciuto nessuna persona che potesse dirsi del tutto “risolta” in fatto di autostima ed assertività. Solitamente, per quanto riguarda l’autostima, o ce n’era troppo poca, o era oscillante, o ce n’era troppa; per quanto riguarda l’assertività, le cose non stavano meglio, o era praticamente assente, o era oscillante, o sconfinava nell’aggressività. Un gran caos!... E una sfida estremamente importante perché su entrambe si basa il benessere e l’equilibrio dell’individuo.


Ma che cos’è l’autostima? Autostima significa “stima di sé” e rappresenta il concetto globale che ognuno di noi ha di sé. È il valore che ci si attribuisce e la fiducia che si nutre verso di sé. È costituita dall’insieme di valutazioni che il soggetto fa rispetto ai propri aspetti come: carattere, capacità, aspetto fisico, successi ed insuccessi. È l’insieme di queste valutazioni a determinare il livello di autostima che può essere più o meno alto, basso, positivo o negativo. Spesso queste valutazioni sono associate a un'idea di valore: anziché sforzarci di conoscerci, capirci ed accettarci tendiamo a giudicarci in termini quantitativi: "Quanto valgo?" ci domandiamo.

Chi ha un'autostima bassa tende a concentrarsi sui suoi difetti e a sminuire i propri pregi. Si sente insicuro e rischia di diventare "dipendente" dal giudizio degli altri. L'insicurezza può creare paure immotivate e la vita quotidiana, il lavoro e le relazioni ne risentono in modo negativo. Chi ha un'autostima esagerata al contrario si concentra sui propri pregi, tende a sopravvalutare le proprie capacità e, a volte, può sentirsi troppo sicuro di sé o addirittura infallibile.


Come spesso accade la virtù sta nel mezzo. Chi ha un'autostima sana/alta ha un buon giudizio su di sé e lo mantiene anche nelle situazioni sfavorevoli, indipendentemente da quello che è capace di fare e dai propri difetti. Le persone con una sana autostima mostrano una certa stabilità mentale ed emotiva, non si fanno condizionare dal giudizio degli altri, affrontano le situazioni problematiche senza perdere la fiducia in loro stessi, sono capaci di riconoscere i propri pregi ma anche i propri difetti e i propri limiti. Si accettano così come sono, hanno fiducia in loro stessi e nel fatto che possono sempre migliorare.


Come ritrovare l’autostima?
concentrarsi sui propri lati positivi e potenziarli, non farsi abbattere da ciò che non si sa fare e da quello che non si riesce ad essere;
accettarsi per come si è, sapendo di poter sempre migliorare;
aumentare la consapevolezza sulle proprie parti interne giudicanti ed imparare ad “abbassarne il volume”;
elaborare e lasciare al passato le esperienze antiche che hanno minato la stima di sé. Quando fare tutto questo in autonomia è difficoltoso e la bassa autostima ci impedisce di vivere serenamente con noi stessi e con gli altri, è possibile rivolgersi ad un professionista in grado di aiutarci a ritrovare la fiducia che meritiamo. L'autostima, infatti, può essere sviluppata lavorando su noi stessi, attraverso un percorso di psicoterapia (individuale o di gruppo) volto a rafforzare le competenze del presente e a risolvere gli eventi del passato che ancora oggi ci portiamo dietro come un pesante zaino sulle spalle che condiziona la nostra autostima.


E sull’assertività? L’assertività è la capacità di dire di no e di far valere/esprimere le proprie opinioni adottando modalità comunicative e relazionali rispettose di sé e dell’altro. È un atteggiamento mentale ed emotivo positivo nei confronti di se stessi e della vita. La persona assertiva è capace di esprimere ciò che pensa (perché lo ritiene importante e degno di essere espresso – ha una buona stima di sé), sa farsi valere e rispettare, espone le sue opinioni anche se completamente diverse da quelle degli altri e ha rispetto delle opinioni altrui. Un atteggiamento del tutto opposto a quello della persona compiacente che, per seguire ed accontentare chi ha di fronte (per paura di un giudizio o di un abbandono), non si esprime (o se lo fa è poi preda della paura e dei sensi di colpa) e tende a tacere e ad essere eccessivamente accomodante a scapito di sé, della propria indipendenza di giudizio e della propria autostima. All’estremo opposto del comportamento compiacente c’è l’aggressività, ossia l’espressione di sé mediante modalità comunicative e relazionali che tendono ad imporsi sull’altro con rabbia e prevaricazione.


La persona assertiva è capace di dire frasi (purtroppo un miraggio per molti!) come «Grazie, ma non mi va», «Non vengo, mi spiace, oggi proprio non posso», «Capisco il tuo punto di vista, ma io la penso in un altro modo», e lo fa senza timore, ripensamenti e soprattutto sensi di colpa. Sa quello che vuole, è in contatto con sé, riconosce ciò che la fa stare bene o male, ha idee chiare su quali siano i suoi diritti e doveri.

Sfatiamo un po’ di pregiudizi. L’assertività non è egoismo. L’assertivo può essere sinceramente interessato alle opinioni degli altri e le rispetta, ma non le considera più importanti delle proprie. La posizione relazionale è Io sono Ok, Tu sei Ok (Io + Tu +). Io non sono meno di te e tu non sei più di me. Io non sono più di te e tu non sei meno di me. Si tratta di una posizione relazionale vincente, matura, sana ed equilibrata. Si tratta di una conquista e di un grande passaggio evolutivo visto che si basa su:
la capacità di tollerare la frustrazione della solitudine delle proprie idee e scelte;
la serenità e la forza di sapersi separati dagli altri e in costante contatto con sé e con i propri bisogni;
la fiducia in sé e nelle proprie idee (alta autostima).
La buona notizia, a fronte di un’analisi personale che magari vi ha portato a realizzare che avete piccole o grandi carenze in quanto ad autostima e assertività, è che l’assertività si può imparare e sviluppare con il tempo. La psicoterapia e/o i percorsi di gruppo mirati sono un’ottima palestra per:
migliorare e allenare tale capacità nel presente e fare un salto nel passato per elaborare una volta per tutte le esperienze traumatiche alla base dei comportamenti compiacenti e/o aggressivi. Autostima e assertività? Si può!

La parola omosessualità nasce dalla fusione delle parole "omoios" (in greco: simile) e "sexus" (in latino: sesso) e indica l’orientamento sessuale di chi è attratto da persone dello stesso sesso. Per lungo tempo ne sono state cercate le cause biologiche e psicologiche senza giungere a conclusioni valide da un punto di vista scientifico. Omosessuali non si nasce o si diventa, semplicemente lo si è. Nonostante la naturalezza di questo orientamento sessuale, il fatto che gli omosessuali rappresentino una minoranza statistica rispetto alla popolazione generale ha fatto sì che la loro sessualità venisse considerata diversa e, in alcune culture, contro la legge. Nella nostra cultura, per un lungo tempo l’omosessualità è stata classificata come un “disturbo” e come tale “curata”. Ma ad oggi la comunità scientifica è d’accordo nel parlare di una naturale variante della sessualità umana e nello schierarsi contro questa visione patologica e ghettizzante. Tuttavia, come è certamente risaputo permangono ancora molti pregiudizi, scarsa conoscenza, emarginazione ed ostilità. L’omofobia (paura e avversione dell’omosessualità) genera molti disagi in chi ne è vittima. C’è chi si deve scontrare con l’intolleranza e l’ignoranza sociale o con le limitazioni imposte dalla legge. C’è chi fatica ad accettare se stesso e a dichiararsi apertamente per paura del giudizio. C’è chi, nonostante si senta sereno con la propria omosessualità e abbia anche una soddisfacente vita di coppia, deve lavorare duramente nel proprio interiore per superare traumi passati che l’hanno visto vittima di emarginazione, ostilità e prevaricazioni. C’è chi non è accettato neppure dalla sua famiglia ed è costretto alla più dura delle scelte: la fedeltà a se stesso o ai propri cari. La condizione dell’omosessualità, sia maschile che femminile, è quindi molto spesso foriera di disagi e limitazioni. Spesso i primi grandi passi sono l’accettazione di sé e della propria unicità e l’apprendimento di comportamenti affettivi di cura e protezione della propria persona.


L’intervento psicoterapeutico è di grande aiuto per:
favorire l’accettazione personale risolvendo quella che spesso è un’omofobia interiorizzata (ossia la presenza di un giudizio interno molto severo rispetto alla propria omosessualità);

risanare i traumi del passato che ancora oggi limitano l’espressione libera di sé nei vari campi (ad esempio il timore dei giudizi);

sostenere la scelta di dichiararsi apertamente (fare outing);

rafforzare il proprio Io e le proprie difese (è innegabile che la vita di molte persone omosessuali sia più difficile per le limitazioni imposte dalla legge e per i pregiudizi ancora oggi diffusi);

sostenere la relazione di coppia.

L’adozione è un’esperienza straordinaria e delicata che regala due grandi seconde opportunità di futuro e speranza: ad una coppia dà la possibilità di formare una famiglia e di realizzare il proprio progetto di genitorialità; ad un bambino dà la possibilità di trovare un nido nel quale essere amato, protetto, custodito e guidato.


Se la scelta di diventare genitori naturali comporta un lungo e profondo percorso di consapevolezza (almeno così dovrebbe essere) rispetto a sé e alla propria motivazione alla genitorialità, ancora più delicato e complesso è il percorso che porta alla preparazione emotiva dell’incontro con il figlio adottivo. I lunghi tempi richiesti dalla legge per un’adozione hanno proprio questa funzione preparatoria, è come se fossero una sorta di “gestazione” che lentamente predispone alla “nascita” adottiva, rendendola una scelta consapevole e un sentimento di dono e di amore. Sono tanti i compiti evolutivi che una coppia deve infatti affrontare. Ha da interrogarsi sulla motivazione della sua scelta ed elaborare la perdita del figlio biologico. Dovrà prepararsi ad accogliere il bambino reale, la sua identità, il suo nome, la sua storia e il fatto che sarà un individuo reale diverso da quelli che erano i loro sogni. Inoltre, dovrà essere pronta e competente nell’accogliere i disagi del bambino che spesso proviene da una situazione difficile, se non drammatica, segnata in ogni caso dalla perdita e dal distacco dai genitori naturali. Anche se molto piccolo, nella sua mente e nel suo cuore sono presenti già molte esperienze difficili da digerire: l’abbandono, l’allontanamento dal grembo materno, e, nel caso di adozione internazionale, la propria terra, la propria lingua e la propria cultura. Tutto questo rende l’esperienza della genitorialità adottiva ancora più delicata e bisognosa di profonda consapevolezza e maturità come individui e come coppia.


Anche il percorso dei figli adottivi non è semplice né lineare. Il distacco, l’abbandono, la perdita delle proprie radici e la costruzione di nuovi legami di attaccamento sono tutti temi che vanno lentamente affrontati. Alcuni bambini manifestano disagio, emozioni spiacevoli e malesseri. Possono essere convinti che se sono stati abbandonati sia stata colpa loro, possono avere ricordi tristi o traumatici degli Istituti nei quali sono stati prima che i loro nuovi genitori venissero a prenderli, possono avere il timore di essere di nuovo lasciati o “riportati indietro”. Potrebbero quindi diventare dei ragazzi molto compiacenti e iper-ubbidienti per timore di deludere i genitori adottivi che li hanno salvati e che hanno fatto così tanto per loro; oppure potrebbero avere atteggiamenti iper-indipendenti, non adeguati alla loro età, che nascondono profonde paure abbandoniche.


Una volta cresciuti è molto tipico che i ragazzi adottati vogliano saperne di più della loro storia e che a tal riguardo manifestino curiosità e interesse. In tutte queste situazioni, l’atteggiamento dei genitori adottivi è di fondamentale importanza per accogliere queste istanze con serenità e maturità, senza che vi siano atteggiamenti più o meno esplicitamente timorosi o competitivi (rispetto al passato del figlio) che finirebbero per bloccare il ragazzo o per farlo sentire in colpa per la sua naturale curiosità. Si tratta infatti di un desiderio umano e comune a tutti (ancor di più in persone adottate o che hanno dovuto lasciare la loro terra): quello di scoprire le proprie origini, qual è la propria “nascita”, chi si è, quali sono le proprie radici, i propri colori e la propria storia. Questo processo psicologico è molto importante e può sfociare in una grande ricchezza dell’identità. Se possibile, pertanto, è bene che i genitori adottivi rappresentino essi stessi la memoria del figlio, raccogliendo informazioni su di lui, sul suo passato e sui suoi genitori biologici, scrivendo delle storie e documentando il più possibile la vita del bambino prima e dopo la nascita della loro attuale famiglia. È bello ed importante che i genitori siano presenti e non lascino soli i figli in questo percorso di scoperta e conoscenza, ma che lo accompagnino con discrezione e amorevolezza, tenendo per sé eventuali paure. Il fatto di avere un figlio adottivo è un’esperienza di grande formazione che, forse ancora di più rispetto all’esperienza di una genitorialità biologica, insegna che “i figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per se stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché vivano con voi non vi appartengono” (K. Gibran ne Il Profeta).


In tutto questo, che è obiettivamente veramente tanto, l’intervento psicoterapeutico può fare e dare molto.

È di sostegno nell’elaborazione dell’impossibilità a concepire figli in modo biologico.

È di sostegno e accompagnamento nella nascita della motivazione al “concepimento” di un’adozione.

È di sostegno alla coppia perché riveda/elabori la propria storia e i propri Sé personali.

È di sostegno ai genitori nelle varie tappe dell’adozione.

È di sostegno per il figlio (bambino o adolescente) adottivo nelle varie tappe o quando ne farà richiesta per superare difficoltà personali.

È in sostanza di grande arricchimento!

Siamo fatti di pensieri, comportamenti, emozioni, sensazioni e... corpo. Nella società occidentale la dimensione corporea è una dimensione culturalmente molto trascurata. Possiamo passare un lunghissimo tempo, anche un’intera vita, senza avere alcuna consapevolezza dei bisogni del nostro corpo e delle sue preziose funzioni. Siamo educati a considerarlo una macchina che va da sé, in autonomia, senza che serva alcun intervento di cura, amore e attenzione da parte nostra. Eppure le cose non stanno proprio così. E spesso sono le malattie e il dolore fisico, nostri o altrui, a ricordarcelo. Volenti o nolenti, in quelle terribili circostanze, la nostra attenzione è prepotentemente catturata da qualcosa di tanto poco pensato e trascurato: il nostro corpo.


Le malattie organiche sono esperienze molto dure che irrompono nella vita di una persona, sconvolgendone il presente, i progetti per il futuro, i sogni, le priorità, le giornate e lo stile di vita. Segnano un inevitabile ed ineluttabile solco tra chi si era prima e quello che si è ora. Tra la vita di prima, la vita di adesso e la vita di dopo. Impongono un pensiero preoccupato sul futuro ed uno sforzo mentale ed emotivo perché vi sia una metabolizzazione del trauma (la malattia è un attacco al corpo e all’identità corporea), un riadattamento alla nuova esperienza e una rivisitazione delle proprie convinzioni sulla vita (spesso la persona ammalata si domanda: “Perché proprio io?... Mi sono sempre comportato bene...”).


In queste situazioni, il sostegno psicologico è di grande aiuto, per il malato e anche per i suoi familiari. Il trauma infatti irrompe anche nei familiari e nei compagni di vita della persona ammalata sconvolgendone le abitudini e il senso di sicurezza, imponendo un massiccio ripensamento della relazione, dei progetti e del significato della vita, e lasciando un turbinio di emozioni spiacevoli che sono spesso taciute per non costituire un “peso” sul proprio caro. Sebbene questa autolimitazione che la maggior parte delle persone si impone (il mostrarsi forti) sia comprensibile e umana, non rappresenta certo la carta vincente né per sé né per il proprio caro. È quindi fondamentale riservarsi del tempo per sé e per curare le proprie emozioni (tristezza, rabbia, paura, frustrazione, impotenza, ansia...). Se questo passaggio viene fatto il sostegno che i familiari possono offrire alla persona malata sarà qualitativamente migliore e si impedirà quel frequente circuito vizioso per il quale il malato non parla di ciò che sta provando per non dare peso ai familiari e viceversa fanno i familiari con il malato.


L’intervento terapeutico:

fornisce assistenza e supporto per migliorare la qualità di vita del paziente;

fornisce uno spazio di ascolto, sfogo e rielaborazione neutrale e segreto nel quale è possibile esprimere tutte le emozioni, anche quelle più “terribili” come la rabbia, la disperazione e la paura;

aiuta nell’elaborazione di tutti gli aspetti traumatici della malattia (dalla diagnosi, al decorso successivo);

aiuta nella gestione delle emozioni affinché il paziente possa recuperare autostima, e un senso di controllo e potere su quanto gli sta accadendo nonostante l’esperienza regressiva che si trova ad affrontare (il corpo è “in balia” delle cure altrui, è un oggetto manipolato da altri);

aiuta nell’elaborazione dei traumi evolutivi precedenti l’esordio della malattia;

aiuta nella gestione emotiva e fisica delle cure e degli interventi chirurgici che devono essere affrontati;

aiuta nella gestione emotiva e fisica della cure/terapie farmacologiche che a seguito della malattia dovranno essere affrontate (es. casi di endometriosi, sieropositività, malattie neurologiche, malattie nefrologiche, malattie cardiocircolatorie, diabete, ecc.);

aiuta nell’elaborazione del trauma che la malattia comporta per l’immagine di sé (amputazioni, mastectomie, ecc.) accompagna il paziente lungo tutta la malattia, anche negli ultimi momenti di saluto e commiato dalla vita, occupandosi, in un’ottica di umanizzazione delle cure, dei suoi bisogni emotivi, psicologici e spirituali.