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Domande ricorrenti

Attorno al mestiere dello psicoterapeuta e alla esperienza della psicoterapia ruotano dubbi, domande e pregiudizi.
Provo a risolverne alcuni, ma se in questo elenco non troverai nè la tua domanda nè la risposta giusta per te, scrivimi!



L'art. 1 della Legge 56/89 definisce così la professione dello psicologo: "La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito."


In Italia per diventare psicologo è necessario laurearsi in Psicologia (Laurea Specialistica 3+2, o Laurea quinquennale del vecchio ordinamento), sostenere un Esame di Stato (a cui si può accedere solo dopo aver effettuato un tirocinio post-lauream della durata di un anno) e iscriversi all'Albo professionale degli Psicologi (Sezione A) di una regione o provincia italiana.


Esistono due sezioni dell’Albo. La sezione A è quella alla quale possono iscriversi i laureati in Psicologia (laurea 3 + 2 o laurea quinquennale vecchio ordinamento). La sezione B è quella alla quale possono iscriversi i dottori in Scienze e Tecniche psicologiche (laurea triennale). I dottori in Scienze e Tecniche psicologiche non possono iscriversi alla sezione A dell’Albo. In entrambi i casi (sezione A e B) vanno superati i rispettivi Esami di Stato. L'iscrizione all’Albo è la condizione necessaria per poter lavorare ed esercitare l'attività di psicologo. Ad oggi, esistono molti casi di abuso della professione che vanno sempre segnalati all’ Ordine degli Psicologi (www.opl.it sito dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia; www.psy.it sito dell’Ordine Nazionale degli Psicologi).


Lo psicologo si occupa di favorire il  benessere delle persone, dei gruppi, degli organismi sociali e della comunità. La sua attività ha l’obiettivo di favorire il cambiamento, potenziare le risorse e accompagnare gli individui, le coppie, le famiglie e le organizzazioni (es. scuola, azienda, ecc.) in particolari momenti critici o di difficoltà.


Per diventare psicoterapeuta è necessario essere laureati in Psicologia (Laurea 3+2 o quinquennale), essere in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione (conseguita dopo il superamento dell’Esame di Stato), essere iscritti all’Albo professionale (Sezione A) e aver conseguito il diploma di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia presso una Scuola di Specializzazione, privata o universitaria, riconosciuta dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). O gni Scuola di Specializzazione deve seguire, nei suoi insegnamenti, delle direttive specifiche fornite dal MIUR ma può presentare un orientamento teorico differente (psicoanalitico, cognitivo comportamentale, analitico transazionale, gestaltico, sistemico-relazionale, costruttivista ecc.). La scelta di un orientamento teorico piuttosto che di un’altro è soggettiva e legata agli interessi del singolo professionista.


Né lo psicologo né lo psicologo psicoterapeuta possono prescrivere farmaci. Alle scuole di Specializzazione in Psicoterapia possono accedere anche i laureati in Medicina e Chirurgia iscritti all’Albo Professionale dei Medici, pertanto, un medico specializzato in psicoterapia può somministrare farmaci.


La differenza tra l’attività di uno psicologo e di uno psicoterapeuta è che gli interventi del primo sono focalizzati al sostegno psicologico, alla consulenza psicologica, alla diagnosi e alla somministrazione dei test. Il secondo è in grado di occuparsi non solo di tutte queste aree (sostegno, consulenza, diagnosi e somministrazione test) ma anche di percorsi di riabilitazione e cambiamento più strutturali e profondi. Ha quindi gli strumenti clinici e conoscitivi per affrontare situazioni di vita e di disagio molto più complesse e radicate. Lo psicoterapeuta inoltre può accedere a delle formazioni altamente specifiche come quella nell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) negate invece ai colleghi non psicoterapeuti.


Il counselor è un “professionista della relazione di aiuto”. In Italia questa attività non è una professione regolamentata, lo Stato non indica cioè i requisiti minimi necessari per esercitarla. Non esiste alcuna normativa di riferimento, nessun percorso formativo obbligatorio, né tanto meno l'obbligo di iscrizione ad un qualche Albo professionale. Ciò significa che teoricamente (e in molti casi nei fatti) chiunque può definirsi counselor e asserire di esercitare l’attività di counseling. Nonostante l’assenza di una chiarezza legislativa, in Italia esistono dei corsi di formazione triennale per Counselor ai quali può accedere chiunque, indipendentemente dalla formazione di base posseduta.


Per il suo specifico settore di intervento il counselor non va confuso con altre figure professionali, quali, ad esempio: lo psicologo, lo psicoterapeuta o lo psichiatra . Infatti, l'attività di counseling non prevede l'utilizzo di tecniche e metodologie di intervento come la prescrizione di farmaci, la somministrazione di test psicodiagnostici e, più in generale, l’esercizio di quelle attività che nel dettaglio sono proprie della figura dello psicologo, dello psicoterapeuta o del medico.  


In generale, il counselor si occupa di sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. Si occupa di problemi non specifici (prendere decisioni, miglioramento delle relazioni interpersonali) e contestualmente circoscritti. I suoi interventi sono (e devono essere) sempre limitati nel tempo (dieci incontri massimo). La ratio è che un prolungarsi degli incontri potrebbe portare all’attivazione di dinamiche particolari e all’emergenza di vissuti che il counselor non sarebbe in grado di gestire. Quando ciò accade il counselor deve interrompere il ciclo di incontri ed effettuare l’invio del cliente ad uno psicologo specializzato in psicoterapia.


Va infine sottolineato che in base al bagaglio di abilità possedute, le competenze proprie dell’attività di counseling sono presenti nell’attività di diverse figure professionali quali psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali e educatori professionali. È proprio per questo motivo, oltre che per l’assenza di una chiara legislazione che regolamenti tale professione, che ad oggi esiste un grosso dibattito in merito a tale attività ed è posta una grossa attenzione per prevenire gli sconfinamenti nella professione specifica dello psicologo e dello psicoterapeuta con conseguenti danni a carico sia della categoria professionale che, soprattutto, del cliente/paziente.

Tutti e tre sono professionisti laureati in Medicina e Chirurgia, iscritti all’Albo professionale dei medici e chirurghi. Ognuno di loro, dopo l’abilitazione all’ esercizio della professione di medico ottenuta mediante il superamento dell’Esame di Stato, ha completato una scuola quadriennale di Specializzazione in una disciplina specifica: Neuropsichiatria infantile (per il neuropsichiatra), Psichiatria (per lo psichiatra) e Neurologia (per il neurologo).


Il neuropsichiatra infantile si occupa dello studio e della cura dello sviluppo neuropsichico e dei suoi disturbi (neurologici, cognitivi, intellettivi, psicomotori e relazionali) negli individui di età da zero a diciotto anni. Competenze specifiche sono, per esempio, le convulsioni infantili, l'epilessia, ma anche l'autismo, le psicosi e le nevrosi.


Lo psichiatra si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali (psicosi, disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, ecc.) negli individui adulti (maggiori di diciotto anni). Lo psichiatra può utilizzare un trattamento farmacologico o psicoterapeutico o entrambi. Nei casi più gravi (psicosi) si utilizzano anche trattamenti supportivi e riabilitativi, anche di tipo sociale, che si svolgono solitamente in contesti ambulatoriali, come nei CSM (Centri di Salute Mentale delle ASL).


Il neurologo si occupa dell’anatomia, della fisiologia (il normale funzionamento) e della patologia del sistema nervoso centrale (cervello, cervelletto, tronco encefalico e midollo spinale) e periferico da un punto di vista organico. Oggetto delle cure sono, ad esempio, la sclerosi multipla, i tumori, le ernie, l’ictus cerebrale, l’epilessia, i traumi cranici ed altro.


Tutti e tre sono dei professionisti medici (anche se specializzati in discipline differenti) e possono pertanto utilizzare la prescrizione di farmaci generici e/o di psicofarmaci nonché richiedere e valutare esami clinici dell’organismo (EEG Elettroencefalogramma, TC Tomografia Computerizzata, PET Tomografia a emissione di positroni, ecc.).


Tranne la Neurologia, le Specializzazioni in Neuropsichiatria e Psichiatria consentono di iscriversi nella sezione degli psicoterapeuti dell’Albo professionale e di esercitare la psicoterapia senza un’ulteriore formazione a quella conseguita, senza cioè che nel corso dei loro studi (in Neuropsichiatria o Psichiatria) si approfondiscano adeguatamente le tematiche relative al trattamento psicoterapeutico come invece accade nelle Specializzazioni quadriennali in Psicoterapia. Molti neuropsichiatri e psichiatri, consci di questa limitata preparazione in ambito psicoterapeutico, lavorano in collaborazione con colleghi psicologi specializzati in Psicoterapia o frequentano corsi di Specializzazione in Psicoterapia così da acquisire maggiori strumenti e tecniche utilizzabili nella quotidiana pratica clinica.

Nel percorso formativo che lo psicologo aspirante psicoterapeuta segue (specializzazione quadriennale) a volte gli è richiesto obbligatoriamente di effettuare una lunga ed approfondita psicoterapia su di sé (psicoterapia o analisi didattica). Alcune scuole a dire il vero non pongono tale obbligo anche se, a mio parere, così dovrebbe sempre essere.


Il mestiere dello psicologo e ancor più quello dello psicoterapeuta è un mestiere molto delicato. Nell’incontro con l’altro entrano in campo emozioni e storie di vita.


Che lo psicoterapeuta, quindi, abbia lavorato a lungo su di sé è di fondamentale importanza perché possa lavorare al meglio. La neutralità, necessaria perché le risposte egli dà siano basate sull’altro e non su di sé o su buchi irrisolti di sé, è raggiungibile solo se il terapeuta ha una adeguata conoscenza di sé e della propria storia.


Forse te ne se già accorto da te. In alcune relazioni potresti sentire emozioni molto forti, viscerali o renderti conto che ciò che dici e fai è più legato a te che all’altro o alla vostra relazione. La psicoterapia è una relazione e si svolge all’interno di una relazione. Il terapeuta deve quindi saper gestire molto bene le sue emozioni personali e la propria storia perché queste non inficino l’aiuto che egli è chiamato a dare all’altro.


Oltre a questo, personalmente (avendo seguito un approfondito percorso su di me, in vari setting, individuale e di gruppo) mi sento una privilegiata sia come essere umano che come professionista. Come essere umano perché gioisco ogni giorno della consapevolezza raggiunta e come professionista perché so esattamente cosa significa lavorare su di sé e viaggiare dentro il proprio mondo. Questo mi permette un approccio ed una vicinanza empatici molto più incisivi e profondi.


Se ti trovi in un mare di onde alte e fai fatica a nuotare, hai bisogno di un terapeuta che capisca la fatica e lo sconforto che stai avvertendo e che sappia nuotare bene. Se così non fosse non potrebbe aiutarti con sicurezza, saggezza e determinazione. E sarebbe davvero un bel guaio!


Oltre a questo, c’è da aggiungere che il mestiere dello psicoterapeuta (come quello di ogni professione d’aiuto) è sì avvincente e straordinario, ma pure molto faticoso. In fondo si ha a che fare quotidianamente con la sofferenza e con le problematicità. È bene quindi darsi la possibilità ogni tanto di “svuotare” il sacco e confrontarsi con colleghi pari o più anziani. A questo servono le supervisioni professionali.

La mia posizione, assolutamente personale, sugli psicofarmaci è la seguente. La febbre è un innalzamento della temperatura corporea. Sta a significare che i nostri enzimi stanno lavorando al massimo per combattere il virus. Se possiamo quindi lasciarli fare, tollerando il disagio legato alla febbre, sarebbe bene non prendere la tachipirina. Se però la febbre si fa troppo alta e il disagio conseguente troppo forte, dobbiamo prendere la tachipirina.


Similmente, i sintomi psicologici (ansia, depressione, anoressia, bulimia e qualsiasi altro disagio emotivo/mentale) sono come la febbre. Sono un tentativo di attirare la nostra attenzione su qualcosa che non sta più funzionando come dovrebbe. Sono anche un primo tentativo di trovare una soluzione. Se riusciamo a tollerarli sarebbe bene. Potremo, infatti, accoglierli e vedere cosa vogliono dirci. Ogni sintomo, non c’è mai per un caso, ma per un insieme di significati ben precisi e collegati alla nostra storia e personalità. Sono quindi un’occasione preziosa per aiutarci e ascoltare il grido di aiuto di una parte di noi.


Se però il disagio è talmente grande da impedirci di andare avanti in un modo discreto e utile per ragionare e convogliare le nostre energie mentali nel processo di psicoterapia e nella vita quotidiana è bene prendere la “tachipirina”. È bene cioè prendere dei farmaci che abbassino il disagio dandoci tregua e spazio emotivo per occuparci di noi. L’importante è avere l’onestà di ricordarci che i farmaci aiutano ma non danno spiegazioni.


A quanto sopra, tuttavia, esistono delle eccezioni. È il caso di disturbi mentali ed affettivi molto importanti, come le psicosi o i disturbi bipolari. In queste situazioni le ferite ambientali sono state così estese e profonde che, unitamente a fattori di vulnerabilità genetica, devono essere farmacologicamente tamponate. Si tratta di situazioni nelle quali l’esame di realtà è completamente alterato, o l’umore completamente sfalsato e la persona non è più in grado di riportarsi al qui ed ora. In queste situazioni molto tristi gli psicofarmaci sono assolutamente necessari per riequilibrare ed abbassare la voce di sintomi (allucinazioni, deliri, depressione grave, maniacalità) altamente disfunzionali e, in taluni casi, pericolosi per sé e per gli altri.

Il momento giusto per rivolgersi ad uno psicoterapeuta è quando ci si sente pronti a riflettere su di sé e sulla propria vita mettendoci desiderio, curiosità e impegno.


Se non si sentono il desiderio e la curiosità di viaggiare alla scoperta delle bellezze e fragilità di sé, l’impegno da solo si tramuta in sforzo. E nella vita, prima o poi, lo sforzo porta alla resa o si accompagna a percorsi estremamente (e inutilmente) faticosi e sofferenti.


Similmente, il solo desiderio senza che vi sia l’impegno serio di andare a fondo e di non mollare nei momenti di difficoltà porta a percorsi interrotti precocemente. Nella vita, ogni percorso che voglia giungere a successi buoni e duraturi richiede desiderio, curiosità e impegno.


Oltre a questo, va aggiunto che se si è in una situazione di disagio è buona cosa intervenire presto. Più il tempo scorre e più il disagio si cronicizza strutturandosi nella vita e nella personalità. Intervenire, quindi, in un tempo precoce permette un più veloce riallineamento e recupero dell’equilibrio. Inoltre, visto che le soluzioni ci sono perché mai si dovrebbe passare un lungo tempo a stare poco bene? Se c’è qualcosa che non va ci si dà un’occhiata per vedere se ci si può aiutare da sé, ma se non ci si riesce o se non si è soddisfatti delle risposte che si trovano, non c’è nulla di male o vergognoso nell’attivarsi per ricevere l’“occhiata” di un esperto.

Questo è un dilemma con cui hanno a che fare molte persone. Di solito si tratta di persone che credono sinceramente che un buon principio nella vita sia quello di saper cavarsela da sé. In realtà, dietro questa corazza di forza e autonomia ho sempre incontrato dei bambini che hanno dovuto precocemente imparare a cavarsela da sé, non potendo contare, per svariati motivi, sugli adulti di riferimento. Si tratta spesso di persone molto forti, poco inclini a mostrare le loro emozioni o fragilità, incapaci di chiedere aiuto per sé ma spesso molto brave nell’elargire consigli e aiuto agli altri.


Se ti sei ritrovato in questa descrizione so che per te è molto difficile, se non intollerabile, ammettere di trovarti in una situazione di disagio. Per te chiedere aiuto sarà un’operazione complessa che però sono certa tu possa affrontare. Sarà già questo un primo importante passo per uscire dalle tue difficoltà e ricreare un piccolo ponte di fiducia nell’altro.


Per quanto riguarda il dilemma su cosa sia più giusto (chiedere aiuto o cavarsela da sé), il giusto, come dicevano i filosofi, sta nel mezzo. In medio stat virtus, nel mezzo sta la virtù. Ed è proprio così che funziona la vita. Ci sono sempre un movimento e una danza, e le posizioni estreme mal si adattano alla flessibilità e alla continua crescita dell ’essere umano. È quindi giusto sia saper chieder aiuto che saper cavarsela da sé. Chiedere sempre aiuto senza sentire di poter contare su di sé significherebbe stare in una posizione di dipendenza; viceversa cavarsela sempre da sé senza sentire di poter mai contare sugli altri per un aiuto o un conforto significherebbe essere dei finti forti.

Che la psicoterapia generi dipendenza è un pregiudizio molto diffuso che porta tante persone a non iniziare un viaggio dentro di sé o a chiuderlo frettolosamente e precocemente. Un pregiudizio piuttosto bizzarro se pensiamo che la nostra società e noi stessi siamo purtroppo già ben “intrisi” di dipendenza. Dipendiamo dai giudizi altrui, dalle mode, dal cibo, dall’alcool, dalle droghe, e dai modi di pensare e fare uguali per tutti. Temiamo, perciò, qualcosa che nella sua forma più malata e fragile è già presente nella nostra vita e società.


Spendiamo allora qualche parola su questa “famosa” dipendenza. Cominciamo col porre una differenza tra la dipendenza sana/funzionale e la dipendenza malsana/disfunzionale. La prima genera benessere, sicurezza ed autonomia. La seconda genera malessere, insicurezza ed invischiamento.


A proposito della prima (la dipendenza sana), tempo fa una mia collega (la dott.ssa Gabriella Mastore), con la quale chiacchieravo proprio su questo tema, mi disse: «A mio parere, la dipendenza sana è la fiducia di trovare un genitore accudente». Detto con altre parole, la dipendenza sana e sicura è la fiducia che se ti cerco ti troverò.


Perché una dipendenza di questo tipo genera benessere, sicurezza ed autonomia? Riflettiamo insieme prendendo in considerazione il rapporto genitore bambino. La dipendenza sana genera autonomia perché se il bambino ha salda dentro di sé la fiducia che “se ti cerco ti troverò” potrà allontanarsi dal genitore per le sue esplorazioni e scorribande con se stesso e gli altri senza avvertire timore o ansia alcuni. Sarà tranquillo perché quando avrà bisogno di dipendere la sua figura di accudimento ci sarà. È proprio questa la funzione genitoriale, quella di fornire una dipendenza sana e una base relazionale sicura che permettano al bambino il rafforzamento delle proprie competenze, dell’autostima, della sicurezza e dell’autonomia.


Se invece quando il bambino ha bisogno del genitore questi un po’ c’è e un po’ no, oppure c’è ma in modo distaccato/freddo o caotico/disorganizzato, il bambino non potrà costruire dentro di sé la salda e serena fiducia che:

  • se avrà bisogno e lo cercherà, il genitore ci sarà;
  • se avrà bisogno e lo cercherà, il genitore ci sarà in un modo buono, centrato sui suoi bisogni (e non su quelli insoddisfatti del genitore), rassicurante e sicuro;
  • se si allontanerà, assecondando quindi la spinta all’autonomia, il genitore continuerà ad esserci senza “fargli pesare” i momenti di separazione/esplorazione.

Un bambino che sperimenta un’esperienza di dipendenza/attaccamento tra quelle sopra elencate si sentirà insicuro (sia nei momenti di legame col genitore che in quelli di separazione/esplorazione), ambivalente (faticherà a conciliare il bisogno di dipendere con quello di essere autonomo) e risolverà/esprimerà il conflitto in vari modi:

  • manifestando paura dei distacchi (paura dell’abbandono);
  • sviluppando dipendenze sostitutive verso altre persone o “cose” – ecco il caso della dipendenza disfunzionale/malsana; “raccontandosi” che non ha bisogno di nessuno e che può bastare a sé (strutturando quindi un’autonomia falsamente sicura che nella realtà è una corazza difensiva che protegge da vissuti di paura, tradimento, delusione in relazione ai bisogni di dipendenza insoddisfatti).

Se hai letto queste righe immaginando un bambino e il suo percorso evolutivo avrai certamente compreso che la dipendenza è quindi un bisogno assolutamente sano che non cessa di esistere in età adulta ma che semplicemente muta la sua forma (il bisogno di attaccamento/dipendenza di un bambino è diverso, e deve essere diverso, dal bisogno di attaccamento/dipendenza di un adulto). Purtroppo, nel corso della crescita non tutto fila liscio e tante volte anziché svilupparsi una dipendenza sana e funzionale se ne sviluppa una disfunzionale.

Tornando ora al nostro quesito iniziale (la psicoterapia genera dipendenza?) ecco che, sì, la psicoterapia genera dipendenza, perché deve generare la fiducia che se mi cercherai io ci sarò. E che questo avvenga non è per niente un fatto superfluo o banale. Al contrario è necessario e prezioso: se avviene, se cioè si sente che il proprio terapeuta c’è e ci tende la mano, questa esperienza diventerà correttiva e nel tempo verrà internalizzata.


Cosa voglio dire? Che “dipendere” sia una esperienza correttiva vuol dire che avere la fiducia che il proprio terapeuta ci sarà e ci darà risposte buone per noi, correggerà tutte quelle esperienze antiche fallimentari che hanno minato la nostra fiducia nell’altro e la nostra capacità di legarci con sicurezza e autonomia.


Che questa esperienza venga col tempo internalizzata vuol dire che, a furia di ripetersi, questa esperienza viene appresa e messa dentro. Il ché significa che dopo un po’ di tempo di tutto ciò, alla posizione di dipendenza “se ti cerco, ti troverò” si affiancherà la posizione di autonomia “se mi cerco, io ci sarò”. Ciò che quindi il terapeuta è stato per il suo paziente, il suo paziente impara ad esserlo per sé (come, tra l’altro, accade tra genitori e figli, ciò che un genitore è per un figlio, un figlio impara poi ad esserlo per sé e per i suoi figli).


Concludo quindi ricordando che la dipendenza sana e sicura porta sempre all’autonomia: un’autonomia autentica, salda e sicura basata sulla capacità di confrontarsi con gli altri e di chiedere aiuto quando necessario, e sulla certezza di avere dentro di sé una schiera di parti/esperienze pronte a suggerirci, amarci e farci compagnia. Non so che ne pensate... ma a me tutto questo sembra di una straordinaria bellezza e bontà!

Il transfert è un fenomeno relazionale che si verifica al di fuori della nostra consapevolezza in tutte le relazioni significative che viviamo. Freud lo analizzò molto bene ed era convinto che costituisse una straordinaria possibilità per il cambiamento. Le psicoterapie più moderne oggi puntano anche su tanti altri fattori, ma rimane pur sempre che il transfert, inteso come riproposizione all’interno della relazione terapeutica degli schemi relazionali/affettivi sperimentati con i propri genitori, è uno strumento di consapevolezza e cambiamento molto prezioso. Il motivo sta nel fatto che la neutralità e l’oggettività del terapeuta gli permetteranno di rispondere alle aspettative del paziente in modo diverso da come hanno saputo fare i suoi adulti di riferimento (i genitori del paziente), il ché permetterà una “correzione” ed una ripresa del cammino maturativo e affettivo là dove si era interrotto.


Oltre a questo, dal momento che il transfert è caratterizzato dall’aspettativa/convinzione inconscia che gli altri ci risponderanno nello stesso modo malsano in cui ci hanno risposto i nostri genitori, poterlo osservare all’interno della dinamica psicoterapeutica (individuale o di gruppo) permette di aumentare la consapevolezza sulle azioni che attuiamo per confermarci le nostre aspettative. Detto con altre parole tutto questo in psicologia si chiama profezia che si autoavvera. La profezia che si autoavvera è un meccanismo interno e relazionale che funziona così:

  • aspettative e convinzioni personali ci portano ad avere comportamenti e atteggiamenti coerenti con le prime;
  • a loro volta, i nostri comportamenti e atteggiamenti portano a delle reazioni specifiche da parte degli altri;
  • (queste reazioni sono una diretta conseguenza dei nostri comportamenti e atteggiamenti che sono una diretta conseguenza delle nostre aspettative e convinzioni personali);
  • le reazioni degli altri finiscono per rinforzare le nostre aspettative e convinzioni personali.

Comprendere, quindi, quali sono le nostre aspettative e convinzioni personali, ci permette di capire quali atteggiamenti e comportamenti malsani portiamo nella relazione con l’altro. L’obiettivo sarà quello di rompere il circuito vizioso e di instaurarne al contrario uno virtuoso.

La differenza fondamentale tra la cura di un medico e quella di uno psicoterapeuta sta principalmente nel ruolo del paziente e in quanto gli viene richiesto. Quando ci si rivolge ad un medico per un problema organico la posizione relazionale che si assume è per lo più passiva. Consegniamo al professionista un elenco di sintomi con la domanda che egli li interpreti e ci consegni una cura. Quando ci si rivolge ad uno psicoterapeuta per un problema interno o relazionale la posizione che deve essere assunta è invece molto attiva. Al paziente è chiesto molto perché egli ha e può molto. Gli è quindi richiesta disponibilità a dire la sua, riflettere su di sé, fidarsi, mettersi in gioco e collaborare onestamente. Il lavoro terapeutico è un lavoro di squadra nel quale, pur nel rispetto dei diversi ruoli e delle diverse competenze, l’impegno e l’energia sono equamente divisi tra i suoi componenti. 50% è del terapeuta e 50% del paziente. Sbilanciamenti nei quali il terapeuta fa più del 50% sono possibili solo per brevissimi tempi. Protrarli sarebbe controproducente per il terapeuta, per il paziente e per il processo di cambiamento. Per riassumere, l’assunto di base è che la soluzione al disagio sta nel paziente e nella sua storia. Terapeuta e paziente devono quindi essere alleati ed entrambi parte attiva nel percorso di esplorazione e cambiamento.

Accanto al requisito primario che riguarda il terapeuta, e cioè che egli sia preparato e competente, i requisiti minimi perché il cambiamento sia possibile e la “cura” psicoterapeutica abbia effetto sono cinque e riguardano il paziente/cliente. Si tratta di:

  • avere fiducia nella realizzabilità del cambiamento;
  • essere motivati;
  • avere fiducia nel terapeuta;
  • essere disponibili/capaci di riflettere su di sé, sulla propria storia, sulle proprie relazioni e su quello che in generale è l’oggetto della consultazione; assumersi le responsabilità del proprio disagio;

Su ognuno di questi punti ogni persona può collocarsi su range differenti. La motivazione, la fiducia nella realizzabilità del cambiamento e la capacità di fidarsi (sebbene il paziente abbia un ruolo attivo nel cambiamento è pur vero che è necessario che egli si fidi del terapeuta) sono capacità legate alla storia di ognuno. Perché la terapia/consultazione abbia inizio devono essere tuttavia presenti almeno in minima parte, in loro assenza, ogni percorso si interromperà precocemente o non avrà inizio.


Sono anche queste caratteristiche a spiegare il motivo per il quale è necessario che (a parte il caso dei minori) il percorso sia una scelta personale e non un’indicazione di altri. Nella mia esperienza clinica tutti i percorsi che sono iniziati su consigli altrui prima o poi si sono interrotti. Sono percorsi fragili che cedono di fronte ai primi ostacoli. L’avere scelto (l’essere motivati) è quindi di fondamentale importanza. Anche il quarto e il quinto punto sono molto importanti.


L’introspezione è la capacità di leggersi dentro e di osservare le dinamiche interne ed esterne assumendo un punto di vista esterno/psicologico. Questa capacità dipende da molti fattori legati all’educazione ed alla storia personale che possono averla più o meno sviluppata. Ma la buona notizia è che si tratta di una capacità assolutamente acquisibile ed allenabile.


La disponibilità ad assumersi le responsabilità del proprio disagio riguarda la volontà di smettere di puntare il dito verso l’esterno, accusando gli altri del proprio disagio. Al contrario, si tratta piuttosto di iniziare a guardarsi dentro per riconoscere le proprie responsabilità nell’ alimentare la sofferenza e per rintracciare le vie d’uscita. È certamente vero che molti disagi che si provano sono stati causati da mancanze altrui, ma ad un certo punto della vita, è necessario scegliere se lasciare trascorrere il proprio tempo a guardare al passato e alle colpe altrui o se piuttosto impiegarlo per guardare al proprio presente e a se stessi per ridarsi equilibrio e serenità.

Che ad andare da uno psicologo si sia un po’ strani, anormali o, peggio ancora, matti, è un pregiudizio, ahimè, molto diffuso. Siamo in tempi moderni, ma la paura rispetto all’esperienza della psicoterapia è ancora profondamente presente. E dato che, nonostante questi pregiudizi, il bisogno è profondo e ampio, questi luoghi comuni non fanno altro che ritardare la possibilità di un miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva ritardare la possibilità di un miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva.


Inoltre, sebbene la ricerca scientifica in ambito psicoterapeutico abbia compiuto passi da gigante e si stia lavorando molto per la diffusione di una buona e sana cultura psicologica, figure e percorsi che nulla hanno a che fare con la qualità professionale e la scientificità dell’esperienza della psicoterapia sono ad essa preferiti. Credo che il motivo stia nella mancanza del suffisso “psico”. Un suffisso temuto... Un suffisso che, nella sua etimologia, rimanda alla parola greca Psiche che significa anima. Perciò, a ben guardare, il suffisso “psico” non rimanda a nulla di mostruosamente oscuro, ma rimanda a noi, alla nostra interezza, essenza, verità e bellezza.


Un’ultima considerazione. I pregiudizi, si sa, portano sempre ad una lunga sequela di guai, anche nel nostro caso. C’è chi soffre e vorrebbe (dovrebbe in alcuni casi) chiedere aiuto, ma è bloccato dalla vergogna, dai propri pregiudizi o dalla paura dei giudizi altrui. Se tutto questo riguarda un soggetto adulto la cosa è certamente triste. Perché vivere al di sotto delle proprie possibilità? Perché non tendere una mano verso di sé? Ma la tristezza di queste rinunce è ancora più grande quando tutto questo riguarda un bambino o un adolescente. Spesso il disagio di un figlio non è accolto perché sono i grandi che se ne prendono cura ad averne paura. I genitori non sono onnipotenti né perfetti, sono esseri umani con i loro limiti e le loro storie personali. I genitori hanno avuto dei genitori e sono stati e sono figli. E nonostante tutte le loro buone intenzioni i vissuti affettivi e le tempeste della vita si intersecano con l’esercizio di buone funzioni genitoriali. Non c’è da avere paura. È vero, spesso nella terapia del bambino e dell’adolescente, il lavoro e l’impegno sono sui genitori prima che sui figli. Ma lavorare su di voi e sulle vostre ferite, e riflettere su che tipo di genitori siete non è altro che un gran regalo che potete fare ai vostri figli. È un grande atto d’amore verso di loro e verso di voi.

Ci sono vari modi: il passaparola, il consiglio di un altro professionista (es. il medico di base) o una ricerca tramite internet. Una volta individuato un nominativo, il primo aspetto da valutare è che sia un professionista preparato e competente. Ricordate di verificare che sia iscritto all’ Albo degli Psicologi consultando i relativi siti (www.opl.it o www.psy.it). Una volta accertato questo fondamentale aspetto, scegliete fidandovi del vostro intuito. Il terapeuta deve essere una persona matura e sensibile e dovete sentire di essere ascoltati e accolti nelle cose che direte. La psicoterapia è un viaggio e al di là della conoscenza e confidenza che si maturano col tempo bisogna sentire di trovarsi bene “a pelle” con l’altra persona. Fidatevi quindi di voi.


Invece, per quanto riguarda il sesso del terapeuta non c’è una regola specifica, scegliete voi!

Perché, nonostante quello che qualcuno o qualche percorso miracoloso ti prometterà, tu sei tanto e hai tanto dentro. Tu sei anni e anni di vita, pensieri, emozioni, comportamenti, esperienze, stati d’animo. E per imparare a capirti e starti accanto serve tempo. Non c’è un bottone che possiamo schiacciare o un meccanismo rotto da aggiustare. Perché tu non sei un robot e non sei una macchina. Tu sei una vita, una persona e per la vita e per le persone ci vuole tempo, pazienza e delicatezza.

Inoltre, il secondo motivo, che è pure un’amara verità, è che per distruggere ci vuole poco tempo, ma per costruire ne serve molto di più.

I tempi non sono mai definibili a priori. Diffidate quindi da chi vi promette cambiamenti spettacolari in breve tempo. È però possibile procedere per obiettivi, concordando un limitato numero di incontri e delle aree specifiche su cui lavorare.


La tempistica dipenderà inoltre dai motivi della richiesta di intervento (psicoterapia, sostegno, counseling, ecc.), dall’importanza del disagio (se è il disagio il motivo della consultazione), dall’età del paziente, dalla sua motivazione e dalla disponibilità/capacità di affidarsi al terapeuta.

Che lo psicoterapeuta elargisca consigli è un desiderio molto frequente oltre che umano e comprensibile. Rimane il fatto che un buon psicoterapeuta non dà consigli. Così diceva M. Grad Powers per voce di un “delfino parlante” ne La principessa che credeva nelle favole:


“Anche se adesso ti carico sulla mia schiena e ti porto via dalla tempesta, depositandoti sana e salva sulla terraferma, sarebbe solo una questione di tempo prima che si scateni un’altra tempesta e tu ti trovi di nuovo in pericolo. Sul sentiero si devono infatti affrontare innumerevoli tempeste. [...] l’unico modo per non annegare consiste nell’imparare a nuotare.”

Perciò... Il mio compito con te non è consigliarti o salvarti caricandoti sulla mia schiena. Il mio compito con te è starti accanto nella tempesta, offrirti per un po' di tempo un morbido salvagente e insegnarti il prima possibile a nuotare. Forse questo, per un po’, potrà non piacerti e potresti perfino arrabbiarti o rimanere deluso. Ma, fidati, arriverà il giorno in cui saper nuotare da te ti piacerà un sacco e ti darà la calda certezza che nelle future tempeste della vita te la caverai.


Ecco perché preferisco, e non solo io, non dare consigli (si tratterebbe tra l’altro di consigli presi dalla mia storia di vita che può benissimo non c’entrare nulla con quella degli altri!) ma piuttosto aiutare chi si rivolge a me ad imparare a trovare in autonomia le risposte giuste e su misura per sé.


Questo non vuol dire che non ci sarà un confronto e, in talune circostanze, uno scambio di opinioni. Ma sarà appunto uno scambio e le mie opinioni non rappresenteranno mai un parere superiore al parere che ognuno sa darsi da sé.


Forse a questo punto sarai un po’ confuso e ti domanderai: “Ma come si fa allora a trovare le risposte giuste dentro di sé senza avere i consigli del terapeuta?” Be’, un buon terapeuta è vero che non dà consigli, ma sa indirizzare, decifrare, aiutare e soprattutto sa porre le domande giuste! Da quelle, vedrai che saprai capire tante cose di te e il resto verrà da sé.

È normalissimo. Le cadute, le oscillazioni tra gli estremi e lo stare male fanno parte del percorso.


Le cadute significano che ci sono ancora un perché ed un senso da svelare. Qualcosa che ancora va colto, compreso ed accolto. Perciò quando cadrai, e sicuramente accadrà, ricordati che non sarai tornato indietro, né avrai annullato tutti i passi che hai fatto fino a quel momento. Semplicemente, anche se dolorosamente, quella caduta doveva fare parte del tuo percorso. Nella vita non si torna mai indietro, ma si va solo avanti. Ogni conquista, ogni miglioramento, ogni vetta raggiunta è qualcosa che è accaduto e come tale non è cancellabile o annullabile a ritroso. So che cadere spesso sulle proprie solite bucce di banana è sconfortante. Ma quante volte sei caduto quando hai imparato a camminare? Tante vero? Non c’è da arrendersi allora, ma solo da capire il perché di quella caduta per poter imparare e riprendere ad andare.


Similmente, nel percorso di cambiamento, quando lasciamo qualcosa di vecchio e sofferto ma pur sempre conosciuto e abitudinario, è tipico iniziare ad oscillare tra gli estremi. Un po’ ci sentiamo e comportiamo nel vecchio modo e un po’ in quello nuovo. Ci sembriamo quasi strani, in quei momenti. Ma il pendolo, perché si assesti su posizioni più equilibrate e mediane, deve oscillare tra gli estremi.


E per quanto riguarda lo stare male... hai iniziato a lavorare su di te con l’obiettivo di stare bene, e nel mentre di questo viaggio, stare male può non piacerti, o può spaventarti, o scoraggiarti. Ma stare male, o percepirti fragile e bisognoso, fa parte della “cura”. Quando le difese che abbiamo costruito nel tempo iniziano ad incrinarsi le parti sottostanti emergono. E fanno un po’ male. È normale così. Ma ricordati sempre che nella vita non c’è prova che ti sia data senza che tu non abbia le capacità per affrontarla. Se sei in cammino e sta emergendo qualcosa di doloroso è perché questo è il momento perché emerga. E questo è il momento giusto perché hai capacità e forza per farcela. Se così non fosse il tuo sistema difensivo non lo permetterebbe e continuerebbe a tacere, negare, rimuovere. Stare male all’interno di un percorso di terapia è una occasione preziosa. Pensi che mi sia ammattita? No... ti assicuro che quando ne uscirai sarai d’accordo. Se accoglierai il tuo stare male avrai la preziosa occasione di lasciare venire fuori la verità della tua storia, delle tue ferite e di te. Questo è renderti giustizia. Questo è risolvere finalmente quello che è rimasto bloccato e ingarbugliato. Questo è lasciare andare ciò che deve andare. Questo è smettere di portarsi addosso i carichi del passato... La farfalla, quando sta per lasciare il bozzolo che il bruco ha costruito intorno a sé, affronta un momento di grande delicatezza e fragilità. Deve lasciare qualcosa di noto e deve lottare per uscire. Dovrà infatti raccogliere abbastanza forza nelle ali da riuscire a rompere la costrizione di seta in unico tentativo. Ma è solo attraversando quel momento che può compiere il suo senso di sé ed essere farfalla.


Perciò, in conclusione, abbi fiducia e sii paziente con te.

“«Anche se in questo momento fai fatica a crederci, puoi aspettarti molto, perché più grande è la sofferenza, maggiori sono le possibilità.» «Quali possibilità?» «In questo caso, di una splendida nuova vita. Oggi inizia la tua.»” M. Grad Powers ne La principessa che credeva nelle favole